28 Sweet & Sour Film Parte 1: (almost) WEST

Se fossi Scarlett Johansson non ci dormirei la notte. Un drappello di attrici brune, probabilmente pelose e odorose in ogni parte della loro persona, poco votate al fitness ma evidentemente in pace con il loro corpo, di una bellezza insolente, diversa, nuova e antica a un tempo, è fiorito tutto insieme sul grande schermo. Comincio con la più giovane, Hafsia Herzi, 21 anni, marsigliese di origine maghrebina, figlia di una femme de ménage, definita da Abdellatif Kechiche, il regista che l’ha diretta in La graine et le mulet (2007, il nostro Cous-Cous, lei è Rym), ‘éblouissante…un déclencheur de désir’ (Cahiers du Cinéma n° 629, dicembre 2007). Intendiamoci, anche Woody Allen parla bene di Scarlett, ne loda la bellezza, la simpatia e l’intelligenza, però qui la musica è un’altra, lei acceca e scatena il desiderio, ha trasformato il ruolo che le era destinato, è una con il ‘feu sacré’, che dispiega ‘tesori di ingegnosità e di eloquenza’ davanti alla madre seduta alla toletta, come nella più classica delle tradizioni pittoriche, per convincerla a recarsi con lei alla cena di inaugurazione del bateau-restaurant. E non aggiungo nulla all’eloquenza della sua danza del ventre, che, da sola, corona e rappresenta tutto il film.

Vado avanti con Ronit Elkabetz, 44 anni (Israele, 1964), figlia di una parrucchiera e di un postino, da tempo in carriera ma sistematasi nel nostro cuore con La banda del conterraneo Eran Kolirin (Bikur Ha-Tizmoret, 2007), un film piccolo, surreale, stranito, in cui il ruolo di Dina, proprietaria di un piccolo caffè di un luogo fittizio e isolato dal mondo, Beit Hatikva (scambiato per Petah Tiqva, da cui l’equivoco dal quale scaturisce la narrazione, con la banda della Polizia di Alessandria, invitata dal centro culturale arabo locale, che capisce male e si perde nel vuoto), le dà la possibilità di mettere in scena uno dei più irresistibili piani di seduzione che mai si siano visti al cinema, tutto recitato in economia espressiva, sorrisi, tenerezza, esitazioni calibrate, movimento dei fianchi e dei capelli, ritrosa rassegnazione alla noia divorante del deserto in cui vive. Il colonnello Tawfiq, voce della banda, destinatario dell’offerta, non trova il coraggio di accettarla. Ne approfitterà Khaled, il più giovane fra gli otto musicisti, che taglierà corto e passerà la notte con lei.

Termino con Nadine Labaki (Libano 1974) che interpreta Layale nel suo Caramel (2007), che non è un film carino ma una riuscita totale e un ottimo colpo messo a segno che, sotto la superficie zuccherosa, mostra le donne libanesi da un punto di vista inconsueto (adulterio, omosessualità, menopausa). Lei si fa bellissima, immensi occhi scuri carichi di trucco e carnalità sempre presente, sembra una di quelle amiche che tutti abbiamo avuto, troppo vistosa, certi giorni imbarazzante da trovarsi accanto ma in fondo buona e infelice per un amore storto che le va di traverso.

Vorrei suggerire che i film (e le attrici) citati sono sporchi in contrapposizione alla pulizia ossessiva, per esempio, degli americani (non di tutti, è chiaro: Sidney Lumet e Sean Penn, nella nostra logica, sono sporchissimi), al loro aver perso la faccia per aver trasformato le proprie facce in cose inespressive, piallate, stirate, gonfiate là dove un viso non sarebbe mai gonfio, tutti chiamati ad interpretare storie improbabili e asfittiche, spesso costose, insterilite in ambienti privi di senso e di cultura oppure esistenti solo nella logica degli effetti speciali, noiosissimi per chiunque abbia una qualche risorsa per pensare la propria vita. Bella vendetta, l’arte contro il denaro, l’invenzione che vince sull’industria. Dino Buzzati in Un amore (1963), probabilmente il più bel romanzo sul dolore amoroso che io abbia letto, nella sua narrazione vira continuamente verso il sudiciume: ‘Salutava confidenzialmente i camerieri, scherzava con la ragazza del bar, sembrava a casa sua, perfettamente sicura di sé, con quella sua aria sempre un po’ ribalda, era pallida, il naso petulante più del solito. Era come le ragazzine brune appena uscite dal letto, la faccia non ancora organizzata, quella trasparenza un po’ livida della pelle, quel colore di marmo, quell’ombra della notte ancora attaccata alle guance, alla bocca, quella specie di verginità carnale che si rinnova ogni giorno dell’anno, quella sincerità disarmata del corpo colto di sorpresa, che fa apparire più brutte le vecchie e anche le giovani le rende meno belle ma in compenso le giovani allora diventano più nude, forti, sporche, selvagge, eccitanti, confidenziali, il bello e il brutto spiccano cosicché risulta nella Laide il popolaresco guizzo, l’improntitudine, la piccola bocca si apriva e si chiudeva, le due piccole compatte labbra, specialmente il labbro inferiore, protendendosi in fuori come petali capricciosi e impertinenti.’.

All’architetto Antonio, protagonista malato d’amore per la giovanissima ballerina della Scala che si prostituisce per miseria materiale e morale, sarebbero molte piaciute le tre donne di questa puntata: avrebbe ammirato e volentieri tenuto fra le braccia Rym, Dina e Layale, nel calore dei loro corpi non sottoposti alla tortura del salutismo, nella sinfonia probabile dei loro profumi, nell’abbandono estatico a musiche antiche che sembrano guidarle tutte e che le fanno incedere da regine in un mondo che, disorientato e ammutolito, assiste alla nascita di una nuova bellezza.

La graine et le mulet, Abdellatif Kechiche, 2007

La banda, Eran Kolirin, 2007

Caramel, Nadine Labaki, 2007