266 I and my Bike

Sono figlia di una piemontese di pianura, quindi ho imparato ad andare in bicicletta ancora prima di imparare a leggere, scrivere e far di conto.
La cosa funzionava così: a ogni estate che arrivava, mia madre, che per motivi suoi considerava con supremo sprezzo la Capitale, prendeva tutti i figli, li metteva su un treno e, dopo almeno 11 ore di viaggio, li sistemava per 3 mesi nella cascina del nonno perché si ripulissero delle scorie romane.
L'inserimento nel diverso ambiente avveniva previe minacce, rivolte in particolare a me, che avevo la colpa, secondo lei, non solo di essere terrona, ma anche di sembrare una zingara. Cosa che sarà stata anche vera (lo era) ma che suscitava in me una vaga perplessità sul perché lei non fosse rimasta a figliare con un nordico per non correre quel genere di rischio.
Al di là di un comportamento educato e corretto, era dunque indispensabile che dal linguaggio non trapelasse il minimo accento in odore del Belli o di Trilussa.
(E' probabile che da lì io abbia appreso il buon controllo dell'italiano, ma vai a sapere).
La cascina del nonno aveva molti motivi di interesse, per me concentrati soprattutto nella stalla, dove c'erano le gabbie dei conigli, che, come è noto, producono spesso dei piccoli, e dove erano sistemate tutte le biciclette.
Fra esse il Cirillino, una biciclettina da bambinetti che passava dal cugino più grande a quello più in basso nella scala anagrafica.
Dotata inizialmente di 4 ruote, a un certo punto scendeva a 3, con qualche conseguente problema di equilibrio.
Dopo poco, arrivava il rito iniziatico, di cui si era incaricata spontaneamente 'la' Gabriella, una ragazza gioiosa e bella che faceva le magistrali (le piacevano i bambini) ed era disperatamente ciuccia a scuola, per cui si trovava sempre con un numero imprecisato di materie da riparare a settembre.

Ciò non le impediva di insegnare a noi ad andare in bicicletta.
Quando toccò a me, accadde quello che accade sempre: mi ricordo che lei mi correva dietro tenedomi il sellino, che pedalavo velocissima e che finii nel fosso solo quando mi accorsi che lei aveva mollato la presa.
Però era fatta.
Fra me e Gabriella l'amore era davvero intenso: stavamo sempre insieme.
Io la mattina l'aiutavo a fare i compiti. Non so bene come facessi perché non sapevo né leggere né scrivere, ma è probabile che il mio aiuto fosse di tipo morale, per cui le dicevo quello che penso da sempre: che andare a scuola era bello e che bisognava studiare per non essere ciucci.
Quando avevamo finito di fare i suoi compiti, io e Gabriella uscivamo in bicicletta, lei con quella grande, io con il Cirillino.
Divenni in poco tempo audacissima, andavo con una mano sola, senza mani, anche senza freni quando il nonno non aveva il tempo di ripararli (frenavo con la suola delle scarpe), riuscivo anche a pedalare con dei deliziosi zoccoletti di legno che ero capace di tenermi incollata ai piedi nonostante loro cercassero di sfilarsi da tutte le parti.

Correre più veloci del vento ci riusciva facilmente, eravamo portate da quella nostra singolare amicizia, con le gonne che si sollevavano in un tripudio di mutandine con i pizzi.

Essendo Gabriella luminosissima, era piena di corteggiatori, però a lei, come sempre succede nella vita, piaceva uno che non la guardava per niente.
Questo ragazzo lavorava da un meccanico vicino alla chiesa, che era abbastanza distante dai luoghi dei nostri vagabondaggi.
Quindi la strategia che avevamo messo a punto era complessa: prima ce ne andavamo a spasso parlando di maschi (nel frattempo io mi ero fidanzata con un tipetto di Milano che andava pure lui in vacanza dal nonno che stava vicino alla mia amica grande. La storia finì quando rientrammo in città per un motivo stupido ma tragico: eravamo tutti e due analfabeti, lui, cinque anni; io, quattro, quindi non riuscimmo nemmeno a scambiarci gli indirizzi. Se penso a quel distacco mi viene ancora da piangere); poi, quando ci eravamo scaldate per bene i muscoli, passavamo rapidissime pedalando davanti all'officina e, a qualche metro di distanza, accuratamente calcolato, io dovevo gridare con quanto fiato avevo in gola: 'Dai, Gabriella, spingimi!' in modo che lei, prendendo la rincorsa, spingesse me e il Cirillino in una volata irresistibile e l'oggetto del suo amore sapesse che lei stava passando.

Non ho idea di come quella vicenda finisse. Dimenticai di chiederglielo, quando dopo parecchi anni ritrovai Gabriella al mio tavolo alla festa per il matrimonio di una cugina, ero troppo emozionata per riprendere con ordine il filo del discorso.

A Roma, in età adulta, ho avuto 3 biciclette, tutte rigorosamente nere.
La prima la comprai quando andai ad abitare da sola e riuscivo a portarla su e giù per 4 piani di scale.
Quando tornai dal venditore perché mi faceva male la sella, lui mi disse: 'Signorina, parlando con rispetto, ci deve fare il callo'.
Poi le biciclette divennero 2, entrambe parcheggiate all'ingresso.
La gatta Perlascura aveva preso l'abitudine di dormire nel cestino della mia, dove erano rimaste le stelle filanti del Carnevale, più mordide, evidentemente, del letto.
Si capiva che stava andando a fare il suo pisolino solo dal lievissimo cigolio del cavalletto, perché era capace di fare tutto nel massimo silenzio: il primo salto sulla cassapanca e il successivo dritta nel cesto.

Le biciclette furono traslocate nella casa nuova, poi vendute rapidamente perché non era più aria di passeggiate all'aperto.

Ho comprato relativamente di recente la Lazzaretti nera con i freni a bacchetta, che era molto bella ma che ho rivenduto alla ditta quando mi sono resa conto che quel tipo di freni erano l'ideale per farsi parecchio male su discese ripide.
Ho ordinato, dunque, la Lazzaretti nera che ho adesso, che ha 7 marce e che suscita, e ciò è indicativo, l'ammirazione del mio carrozziere, che mi dice sempre che è una meraviglia.
La mia bicicletta è in garage insieme alla mia macchina, ho il permesso del titolare di lavarla con la loro pompa, cosa che ho fatto anche stamattina, quando l'ho presa per andarmene a spasso.
Quando rientro portandola a mano a causa della discesa arditissima e non si apre la barra a strisce bianche e rosse, che è tarata sul peso dei ciclomotori e delle automobili, comincio a suonare il campanello e a gridare con quanto fiato ho in gola: 'Ehilà, uomini, basta con queste discriminazioni, non è perché sono momentaneamente senza motore che potete lasciarmi fuori!'.

Più di una volta mi è sembrato che la mia voce fosse, con i debiti aggiustamenti, tale e quale a quella che nelle irresistibili volate piemontesi emetteva il grido: 'Dai Gabriella, spingimi', che era tutto insieme richiamo, invito, preghiera e gioco e che rimane per me il solo e vero canto della libertà e dell'estate.
 

Alla vasca dei pesci rossi a Villa Lais il 16 giugno 2013