276 It's Hard Job (but someone has to do it)


Il mio mestiere è produrre e fare lezioni. 

Produrre e fare sono due cose diverse: per produrre ci possono volere pure trent'anni perché la cosa attiene all'esperienza, per cui funziona anche, per esempio, con la diagnosi che fa il medico e la pagnotta che confeziona il fornaio; a fare, si fa presto. In un'oretta si brucia tutto il lavoro che ci sta dietro, ma è così anche per il direttore d'orchestra e per lo chef, che vedono consumare quello che producono molto rapidamente.

Un bravo insegnante non si fa in laboratorio.

Come si faccia non lo so, perché più penso agli insegnanti bravi che ho avuto io, più mi rendo conto che ciascuno di loro era diverso dagli altri, insomma, non c'era un modello.
I miei insegnanti migliori sono stati: la mia maestra delle elementari; le insegnanti di Storia e Geografia e di Inglese alle medie; la mia insegnante di ginnasio; il mio professore di Italiano e Latino al liceo; il mio professore di Greco ancora al liceo. Poi all'università c'è stata la superstar, responsabile di quello che faccio oggi.
Onore al merito anche della mia prima insegnante di Francese e della prima di Tedesco, con le quali, visto che ormai ero adulta, ho avuto anche rapporti di amicizia. Della prima ho guardato i bambini.

Il lavoro dell'insegnante assomiglia a quello del direttore d'orchestra, per via dell'interpretazione di una partitura; di una buona massaia che abbia ospiti a cena, che deve nutrire e intrattenere correttamente; di un autore radiofonico, che deve fare una trasmissione equilibrata e interessante. 

Una buona lezione non si fa in laboratorio. 
Certo, c'è una tecnica, però, poi, c'è quella che io chiamo, all'inglese, la prova del budino. Ovvero, si capisce se il budino è buono mangiandolo. 
Se la lezione è buona, lo si capisce facendola.

Una buona lezioni vola su due ali, che hanno tutte e due nome empatia. 
Empatia, dice lo Zingarelli, è la 'capacità di capire, sentire e condividere i pensieri e le emozioni di un altro in una determinata situazione'. 
La prima ala, per quanto mi riguarda, è la presa diretta con l'autore. 
Io mi occupo di gente di talento, cioè mi misuro quotidianamente con persone che hanno la capacità di stritolarmi. 
L'arte è una cosa maledettamente complicata, appena pensi di averla afferrata per un lembo del vestito (mi piace pensare che l'arte, come tutti noi, si vesta), ti ritrovi con un pugno di mosche in mano e ti accorgi che non hai capito niente.
Allora, ricominci.
Ho imparato che l'artista più grande è quello che ti esalta. Se lo fa stritolandomi, poco me ne importa. 
Anche Picasso diceva che la pittura era più forte di lui perché gli faceva fare quello che lei voleva.
Ho relazioni amorose con parecchi artisti.
Con alcuni di essi le relazioni si fanno carnali. Ne cito alcuni ad esempio: Dürer, Velázquez, Courbet, Manet. 
Non sto nemmeno a dire oh quanto mi sarebbe piaciuto andare a cena con Manet, 'impeccabile seduttore, pittore nervoso, irresistibile in tutto', perché in realtà, io, a cena con Manet, ci vado quando mi pare, e garantisco che è vero tutto quello che si dice sul suo conto.
Ho appreso queste relazioni con loro frequentandoli, non solo sui libri, ma anche dal vivo, in mostra e al museo.
In tutta semplicità, io li sento.
Se l'empatia con l'artista funziona, trovo il coraggio di raccontarlo.

L'altra ala è la presa diretta con chi ho davanti.
Insegno a persone di età diverse, ma la sostanza del contatto non cambia.
Se vado d'accordo con chi ho davanti, l'ala si dispiega e la lezione si innalza. 
La portata del volo si differenzia di volta in volta: dallo svolazzamento atrofico del pollo, a un levarsi da terra corretto fino allo slancio maestoso e dispiegato del rapace, che è uno dei momenti più alti della professione e, a dirla tutta, dell'esistenza.

Questo tipo di lezione non si fa in laboratorio. 
Essa accade.
Ci possono essere fattori che ritornato, individuali (personalmente, devo avere addosso abiti che mi piacciano, non sentire né caldo né freddo, essere, per quanto possibile, in voce, prediligere l'argomento). Poi una grossa parte ce l'ha chi ho davanti. 
Il pubblico, come è noto, si sente.

Se qualcuno mi tarpa le ali, mi innervosisco.

Studio tutti i giorni dell'anno, anche a Ferragosto e il 1° gennaio. Anzi, quel giorno lì mi piace partire con il piede giusto. 

Prendo esempio dai musicisti, che sono persone rigorosissime. David Oistrakh: 'Se non suono un giorno, me ne accorgo io; se non suono due giorni se ne accorgono gli altri'. 
Io, ai musicisti che vanno in vacanza senza il loro strumento, non ci credo. 

Suggerisco sempre ai miei studenti di prendere ispirazione dagli atleti che, per una persona giovane, incarnano parecchi miti e che si applicano, incessantemente. Non c'è nessun grande atleta che faccia un record o una grande partita senza un durissimo allenamento.

Poi, è vero che più l'atleta, o il danzatore, o lo chef o chi volete voi, è bravo, meno si vede la sua fatica. 
Anche l'espressione di tecnica, forza, eleganza, abilità e sapienza coniugata con la leggerezza è un ottimo esempio e di esempi ottimi tutti abbiamo bisogno.
Un credente mica si ispira a un santo da due soldi. Il santo deve essere santo sul serio.

Per fare il professore bisogna avere il gusto di parlare in pubblico. 
Conosco studiosi decisamente in gamba che soffrono all'idea di uscire pubblicamente. Nel corso degli anni ho suggerito a più di una persona se non di cambiare mestiere, almeno di dedicarsi alla ricerca, anche il gusto del pubblico non si fa in laboratorio.

E poi non si deve avere paura, e anche lì c'è poco da fare. 
Io nella mia carriera ho avuto paura solo una volta e solo per un attimo: ho fatto per un periodo un'esperienza di insegnamento in carcere e quando il primo giorno sono entrati in aula sessanta detenuti, tutti insieme e tutti maschi, accompagnati dalla guardie con le mitragliette bene in vista, ho pensato oddio, questi mi si mangiano. 
Poi, siccome sono una donna audace, me li sono mangiati io e siamo andati d'accordissimo. Di uno di loro sono stata anche testimone di nozze. 

Oggi degli insegnanti si parla male e con sufficienza e questa cosa è pericolosa per tutti, anche e soprattutto per coloro che lo fanno.
E' vero che si sono rotti tanti patti, per esempio quello fra gli uomini e le donne e fra i giovani e i vecchi, per cui è quasi normale che si sia rotto il patto fra i discenti e i docenti e fra questi ultimi e le famiglie dei ragazzi che vanno a scuola.
Però, poi, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Se qualcuno parla male degli insegnanti davanti a me, mi innervosisco. 
Ho anche tutta una collezione di badge che inalbero sul bavero della giacca che dicono simpatiche cosette, per esempio che gli insegnanti sono sexy e che se quelli buoni insegnano, quelli grandi ispirano. E altre amenità che riservo insieme agli sguardi di strafulminamento e di compassione a tutti coloro che, casomai per brutti e privati ricordi scolastici, non condividono questo punto di vista.

L'insegnante non può essere sostituito da una macchina. 
Le macchine fanno lezioni noiosissime e le ali dell'empatia, i computer, se le sognano.

Gli insegnanti che prestano servizio nelle periferie delle grandi città dalla storia complessa sono degli eroi.

Un insegnante di ginnasio che insegna Italiano, Greco, Latino, Storia, Geografia ed Educazione civica e forse qualche altra materia che mi sfugge dovrebbe guadagnare almeno quanto un manager di una grande industria. E mi stupisce che così non sia.

Ogni volta che sento un insegnante andato in pensione dichiarare che non ne poteva più degli studenti, mi sembra che mi cada addosso il mondo. 
A me, a lui, a tutti.

La mia bibbia professionale si intitola Face à la classe, che significa di fronte alla classe ed è un magnifico manuale redatto da due filosofi, uno, S. Clerc, che insegna al liceo, l'altro, Y. Michaud, docente universitario.
Esso affronta in lucidissimi capitoli tematiche concrete e astratte: l'autorità; il dialogo; la disciplina; la stima di sé; i voti; l'umano; il multiculturalismo; il rispetto; le sanzioni; le tecnologie; il territorio.
Parla della necessità della pedana per la cattedra e anche di quella dei braccioli della sedia, poi è pieno di note, suggerimenti, racconti, come quello dell'allievo che entra in aula e attacca il caricatore del cellulare e del professore che gli dice prego, fai pure, domani, casomai, portati pure la biancheria lavata, così la stendi.

Stiamo tornando tutti a scuola, quindi gli insegnanti tornano a insegnare.
Auguro loro, e auguro a me stessa, di fare buone lezioni, di lavorare in serenità di animo e di corpo, di dare e avere soddisfazione, di trasmettere nel modo giusto, limpido, appassionato e comprensibile, il sapere e di avere a loro disposizione, e costantemente, un bel paio di ali: ampie, potenti, pronte ad aprirsi, in presa diretta con ciò che insegnano e con chi hanno davanti, insomma tali da consentire a tutti di innalzarsi in volo e di goderselo, nella visione superba delle cose che si ha dall'alto e negli orizzonti che, solo così, diventano sempre più ampi.

Josef Albers al Black Mountain College dove insegnò dal 1933 al 1949