283 Ladies Room

(Dico subito che non userò termini tecnici né tantomeno sinonimi o eufemismi. Dirò 'fare la pipì' perché anche il mio urologo si esprime in questo modo. Quindi, se lui è orientato in questo senso, non vedo perché io dovrei orientarmi diversamente).

'Ogni gentleman inglese non manca mai, scortando una signora, d'informarsi ad un certo momento se ella non voglia powder her nose. La signora si sente molto a suo agio con il gentleman suddetto. Serenamente si accinge a passar con lui un pomeriggio, bere in sua compagnia un considerevole numero di tazze di tè, fare ancora un giretto e poi accettare l'invito a cena, a teatro, al night club dopo il teatro.
Preciso e grave come Big Ben, il gentleman scandisce le ore del tempo che passa, offrendo alla signora di incipriarsi il nasetto. Le offre anche il penny necessario per tale faccenda. In Inghilterra la signora impara a chiedere al cameriere dov'è la toletta, richiesta che non va fatta come se comunicasse un segreto.'
(Elena Canino, La vera Signora, 1952)

Bei tempi.
Ma torniamo ai nostri.

Le donne fanno la pipì in un modo diverso da come la fanno gli uomini. 
Questo fatto, che dovrebbe essere acclarato, sembra non essere a conoscenza di coloro che hanno concepito i gabinetti del Frecciarossa, dotati di dispositivi talmente alti che qualunque donna rischia parecchio non appena li utilizza. Ho visto più di una signora poco esperta di alta velocità uscire mortificata da questo attentato all'anatomia femminile.

(In compenso, mi ha detto un collega, per gli uomini sono comodissimi).
Non sto qui a spargere sale sulle ferite ricordando la difficoltà di farsi scivolare di dosso per esempio un collant e un jeans skinny (che è un pantalone ancora più aderente di uno slim) già in situazione statica, figuriamoci quando il treno corre a più di 300 km/h.


Tutto ciò per dire da subito che fare la pipì per una donna è spesso una questione maledettamente complicata, che dovrebbe, invece, essere facilitata per dettato costituzionale, casomai per il semplice motivo che le donne, sempre per questioni anatomiche, fanno la pipì più spesso degli uomini.
(Era convinta del contrario un'anziana professoressa di ginnasio che conoscevo, che affermava che i maschi in aula chiedevano continuamente di uscire, secondo me per altri motivi, anche perché lei, nubile, di maschi doveva avere avuto poca o nessuna esperienza). 

Da un pezzo volevo affrontare l'argomento ma lo stimolo mi è venuto quando di recente ho conosciuto una donna bella, intelligente e coltivata che aveva fatto un cartello che poi aveva appeso in bagno nel luogo in cui lavorava e nel quale sono capitata anch'io per motivi professionali.

Il cartello diceva le signore sono pregate di accomodarsi perché il bagno viene pulito regolarmente, quindi possono stare tranquille.
Un'altra mano aveva aggiunto a penna che, almeno, le signore suddette avrebbero dovuto sollevare la tavoletta.
Ero perplessa, così come mi aveva lasciata incerta anni fa la lettura di un ottimo articolo su un numero del Nouvel Observateur dedicato ai TOC (trouble obsessionel compulsif, che sono poi quelle cose che hanno e abbiamo in tanti, verificare più volte se il gas è spento, non pestare le righe dei marciapiedi e altri rituali che avete capito) nel quale veniva assimilato a questo disturbo anche il fastidio che tante donne provano quando utilizzano 'toilettes publiques', al punto che 'beaucoup de femmes ne s'y assoient pas', ovvero non ci si accomodano, cosa che a me sembra da sempre normale.
Invece la mia interlocutrice, che aveva studiato la questione, mi ha aperto gli occhi, al punto che il giorno dopo l'ho invitata a scrivere un libretto dedicato all'argomento.
In attesa che lei trovi il tempo, vi riferisco il senso della scoperta.
Lei sostiene che sedersi su un luogo pulito con una parte del corpo che viene sottoposta a un'igiene quotidiana e che, in più, è anche protetta dagli abiti, non comporta nessun rischio. 
Inoltre, dice che è meglio scaricare l'acqua non solo dopo aver usato la toletta, ma anche prima, e ciò per evitare eventuali noiosi schizzi di liquidi non personali.
Ha anche analizzato il processo fisico, la caduta, il peso, questa roba qui, è arrivata, insomma, a dirimere la questione.
Probabilmente sono affetta da questo specifico TOC, per cui non è che lei mi abbia convinta ad accomodarmi, però ho trovato la sua tesi, come diceva di sé Mary Poppins, perfetta sotto tutti i punti di vista. 

Ma riprendiamo la strada maestra e parliamo ancora un po' di vestiti. 'Pane e manto non pesano tanto', dice il proverbio, quindi sono ambedue indispensabili.

Ci sono abiti da donna che non consentono di fare la pipì.
La mia amica Susanna, costumista, mi regalò tempo fa una cosa che lei non poteva più indossare perché il marito era geloso: era una specie di boby totale da danza, in Lycra azzurra scintillante, con le maniche lunghe e le calze senza piede, che si infilava dall'unica apertura esistente, quella della scollatura. Quest'ultima, profondissima, mi costrinse a mettere due punti per questioni di decenza.
Lo usi per la palestra, mi disse. E così feci. O, almeno, tentai di fare, perché, a parte l'eccentricità del capo (io avevo un body nero semplice semplice, che nei giorni lieti rialzavo con le calze rosa), l'altro corno del problema era che per fare la pipì bisognava toglierlo tutto, passando sempre dall'apertura citata. Una cosa scomodissima, che ti lasciava tremante di freddo dopo l'esercizio fisico (che, in sè, come è noto è parecchio stimolante, in vari sensi).
Immaginate quelle tute a pelle straordinarie di colori che indossano i personaggi di Pontormo nella Deposizione di Santa Felicita, con la differenza che, loro, stanno lì dipinti, e io dovevo muovermi, ovvero venire a patti con quello che avevo addosso.
Fu così che il dono finì in fondo a un cassetto.
Altri abiti che oppongono resistenza sono: i jeans skinny, di cui abbiamo già parlato, soprattutto se abbinati al collant (gli uomini, che non sono stupidi, il collant mica lo portano); la salopette, evidentemente una svista nel momento in cui dal meccanico è stata spostata sul corpo di una donna; certe meravigliose toilette da sera con fiocchi, nastri, faux-cul (che è un'imbottitura lì dove serve), praticamente appendici tecnicamente inutili che hanno, però, la funzione di impedire fisicamente di superare una porta, quella del bagno; cappotti lunghi; gonna pantalone (cade a terra appena si sgancia); sarouel, che sono quei pantaloni con il cavallo all'altezza delle caviglie, medesimo problema della casella precedente; costumi da bagno olimpionici, formulati sul principio di impossibilità di apertura parziale, ancora una volta lì dove serve. 
Questi sono i primi che mi vengono in mente, ma è probabile che anche con addosso un burqa un atto così naturale diventi complicatissimo, penso solo alla riduzione del campo visivo, praticamente una fessura tipo carrarmato, per me che sono miope, ancora più deleteria.

Una volta una collega mi mandò una mail di quelle circolari tipo catena di Sant'Antonio, ma, in quel caso, esilarante, nella quale era descritto l'impegno di una donna con cappotto e borsa che si trovava a dover utilizzare un bagno pubblico, entra, chiudi, tira su, appendi, spostati, reggiti, resisti, aspetta di aver terminato, reggiti, tira giù, rivestiti, esci.
Figuriamoci con un burqa addosso. 

Per le donne andare a fare la pipì insieme è un atto di amicizia, un po' come per gli uomini condividere uno spogliatoio.
A parte la comodità, eventuale, di farsi tenere la porta (ci sono bagni senza chiave come a scuola e donne che nel bagno non vogliono chiudersi per timore di non uscirne mai più, almeno da vive) o la borsa o, addirittura, anche la cartella (se solo uno sta fuori da casa sua per il motivo più frequente, il lavoro), c'è anche la faccenda delle chiacchiere, che in un bagno si fanno benissimo.
C'è lo scambio di informazioni sul rossetto, la confidenza sulla biancheria, la battuta di alleanza, la complicità che si crea per tradizione in ogni luogo dal quale gli uomini sono tenuti fuori.

Fare la pipì con un uomo è una cosa molto più complessa. Anche con l'innamorato con il quale la relazione è più profonda scatta un inatteso meccanismo di difesa. Voi provate a dire a un uomo dopo che avete frequentato con lui la vostra camera da letto e con la voce giusta (un velluto scuro può essere un buon termine di riferimento) di andare a fare insieme toletta: quello si disorienta, comincia a fare uso inadatto di cavalleria, dopo di te, non sia mai.
Non sia mai che ci ritroviamo così intimi, evento non proponibile nel corso di qualunque contatto mancante di una sua storia, quindi attestante un'intesa, sulle cose che contano, seria.
Rischiate di ritrovarvi con la porta della vostra stanza da bagno chiusa a doppio giro di chiave con voi fuori, laddove, come è noto, gli uomini peccano spesso di esibizione di prepotenza, prendono volentieri tutto lo spazio, non solo nel letto ma anche nella conversazione e, concettualmente, nell'esistenza.
Sulla pipì condivisa, gli uomini nicchiano, tergiversano, titubano, anche quelli che fanno la pipì dappertutto disinvoltamente, fosse solo per segnare il loro territorio.
Se gli si dice ma come non ti sei occupato della figlia piccola, quello risponde che è passato un sacco di tempo, si imbarazza, si ricorda che ha sete o che deve fare una telefonata, insomma, tutta una strategia con tante di quelle scuse messe in campo da far nascere il serio dubbio che si siano scoperti nervi sensibili.
Un territorio sconosciuto, l'ignoto che fa paura, il bosco scuro di notte, il cielo senza stelle, l'oceano fatto solo di un orizzonte irraggiungibile: una donna che fa la pipì è la più misteriosa di tutte le donne. E, forse proprio per questo, anche la più erotica.
Lo attesta un filone ben preciso del porno e i frequentatori del porno, lo dice chi ha studiato il fenomeno (Bruno Di Marino, La pornografia nel cinema, nelle arti visive e nel web, 2013), sono nel 33% dei casi donne. Dunque, so di che cosa parlo. 
Allora, stavamo dicendo, c'è un filone del porno che mostra donne che fanno la pipì: per strada, accucciate dietro una macchina, nascoste da un cespuglio, segrete eppure esposte, filmate, inseguite, desiderate.
Non sono un'esperta nel campo (e chi lo è, il sociologo? Il medico dei matti?) ma mi viene in mente che gli uomini si incantano tutti sulla 'fillette' (date un'occhiata ai quadri di Balthus e avrete una prova di quello che vado dicendo) e che il diritto di non chiudersi per un atto così privato in un luogo non raggiungibile dallo sguardo altrui è proprio dell'infanzia.
C'è poi, anche e d'accordo, la faccenda del voyeurismo, che però attiene pure al cinema e a tanta arte, quindi mica mi sconcerta, anzi.

Insomma, come sostiene Paracelso, tutto sta nella quantità e nel dosaggio.

Proprio secondo questo principio c'è il rischio, come si dice, di cadere dall'altra parte del somaro, ovvero di fissarsi sulle donne che fanno la pipì fino alla devianza.
Illustra questo particolare tipo di perversione un episodio di Sex and the City, che cito a memoria, visto che avevo comprato tutte insieme prima la stagione iniziale poi le altre, ma sono arrivata solo alla metà perché a un certo punto gli episodi sono diventati talmente scemi e improbabili che ho fatto su tutto e l'ho venduto nella solita libreria di via Nazionale dove comprano l'usato, consentendo di fare spazio in casa e nella testa.
Dunque, a un certo punto Carrie Bradshaw conosce un nuovo uomo, fa, cioè, quello che fa in tutte le puntate. Costui è un politico e la ragazza, amante com'è degli abiti alla moda, delle scarpe e del parrucchiere da 300 dollari a intervento, certo non è insensibile al fascino del potere.
Si appartano nel giro di poche battute (gli episodi sono brevi e, come è noto, la capitale morale d'America va sempre di fretta) ma lei si accorge subito che lui non è del tutto limpido in quella particolare circostanza.
Lui le fa una proposta.
Lei, e chi potrebbe darle torto, manifesta dei dubbi.
Ma lei è sveglia, quindi rilancia e, dopo averci pensato (pochissimo, l'episodio sta per finire e abbiamo già detto che New York va sempre di corsa) gli propone di versargli addosso del tè tiepido, così, giusto per farlo contento. Poi, casomai, col tempo, lei si abitua all'idea, oppure lui rinsavisce.
(Ricordo che apprezzai la grazia e lo stile della sceneggiatura alle prese con un argomento sensibile. Poi, la sensibilità degli argomenti sarebbe diventata insostenibile).

Luoghi dove per una donna è difficile fare la pipì. Praticamente tutti quelli che non sono il suo bagno personale, quindi: i treni, e lo abbiamo già detto; gli aeroporti: pure avendo consegnato il bagaglio al check-in (personalmente viaggio con forbici, coltellino svizzero, profumo, lacca, cosmetici in dose fisiologica, ovvero massiccia, insomma, non è data la possibilità che io riduca le mie esigenze solo perché decido di raggiungere un posto via aria), uno ha con sé una borsa normale e una da viaggio per gli imprevisti di bordo e, se è inverno, anche qualcosa di simile a un cappotto e solo di rado si trovano punti di appoggio e carrellini che in quei loculi destinati a farci la pipì non entrano per questioni di spazio; caffè letterari da sosta durante lo shopping: non si sa mai dove lasciare i pacchi; bagni di osterie e ristorantini pittoreschi: di dimensioni sempre insopportabilmente ridotte, con rischi per l'igiene personale non di poco conto (vorrei proprio conoscere il parere della mia interlocutrice esperta di accomodamenti su certe trattoriole che frequento); le tolette dei professori dell'Accademia dove presto servizio: prive di un attaccapanni, di uno sgabello, di un predellino di supporto, costringono il corpo insegnante a relazioni pubbliche articolate e complesse al fine di scandagliare gli umori e vedere se per caso non c'è un'anima buona, dotata di un suo ufficio personale o, almeno, di un tavolo, che voglia, nel frattempo, dare un'occhiata almeno alla cartella, tanto dentro ci sono solo dei libri.

Le donne hanno sbagliato tutto.
Invece di incaponirsi per decenni su cose di nessun conto, tipo la parità nei lavori domestici e nei congedi parentali, i pannolini della bambina da cambiare a turno (come abbiamo visto, alla fine anima del maschio tale esperienza risulta estranea), la frantumazione del soffitto di cristallo, teoria cui credo per fede e non perché me lo sia mai trovato sulla testa, le quote rosa, alle quali sono strutturalmente contraria, le donne, dicevamo, avrebbero dovuto rivendicare un ben diverso diritto: quello di fare la pipì a modo loro, vuoi sul Frecciarossa, in aeroporto o quando sono in servizio, nel rispetto dell'anatomia in altezza (dei gabinetti) e larghezza (degli spazi), con tutti i punti d'appoggio indispensabili per sé e per i loro effetti personali, insomma il  fondamentale, sacrosanto, naturale diritto a fare la pipì come la fanno le donne.   
 

Ladies Room Chatter (Donna Reed e Esther Williams, lei con le dita incrociate per augurare buona fortuna alla collega), 1954