30 L’aria del sorbetto, 2 (London)

21 Luglio 2008. Rientrata ieri sera da Londra. La città è pulita. E’ pulita non come quelle località svizzere che sembrano plastificate e frigide (penso a Ginevra, noiosissima con buona pace di Jean-Jacques Rousseau e penso meno a Zurigo, più disordinata e con più fantasia. Probabile che La Chaux-de-Fonds di Le Corbusier, il santo e l’eretico, sia più sporca, nel senso che ormai sappiamo) e che fanno venire in mente quelle donne sempre perfettamente pettinate davanti alle quali ci si chiede se mai un uomo nella loro vita ha tentato di avvicinarsi per scapigliarle. Londra è pulita perché viene pulita continuamente. Nell’albergo dove sono andata, un vecchio, glorioso hotel di Kensington che prediligo fra tutti gli altri al mondo, il primo ad avere avuto l’ascensore, il personale addetto pulisce continuamente, tutti hanno uno straccio in mano, ripassano gli ottoni, raddrizzano i giornali sul tavolino della hall, tolgono la polvere dal mancorrente della scala, lucidano le tolette fin negli angoli, ne ripassano il pavimento. Puliscono per la strada, è facile vedere qualcuno che strofina l’ingresso di un portoncino, che geometrizza il giardinetto davanti a casa, che lava la panca fuori dalla bottega appena inaugurata; puliscono al supermercato che rigurgita di prodotti per solitari metropolitani (asparagini mignon in numero contato, avocado bonsai per cene con il vassoio davanti al film, melanzanine che inteneriscono come pupetti appena nati, confezioni con 1 limone, 16 fagiolini, un piccolo piede di insalata, sushi con 4 bocconi inappetenti 4 che prendono poco spazio sulla tavola e nello stomaco) in una visione profetica delle vite di noi tutti; puliscono nei negozi di decorazione d’interni che saldano merce che non si pensa nemmeno lontanamente di presentare in modo sciatto solo perché  il prezzo è ridotto, piegano coperte, sprimacciano cuscini, continuano imperterriti a fare pacchetti di un’inventiva tale da fare passare la voglia di ritrovare quello che abbiamo chiesto di metterci dentro perché a quel punto dovremmo disfarli, nettano, mondano, purgano dal sudiciume, forbiscono, detergono la città tutta. Lo fanno perché la città è sporca, dura, moderna, abitata, vissuta, percorsa con energia e anche violenza da milioni di persone che quotidianamente cercano di conquistarla, lo fanno in modo attivo, con risultati talvolta imprecisi (qualche cartaccia in terra ma mai escrementi di animali) che indicano la necessità di riprendere il lavoro là dove lo si era lasciato, in un’affermazione della fatica del vivere che reca in sé anche il premio finale, quello di stare in un posto che si è contribuito a trasformare, a mantenere, a rendere così irresistibilmente attraente in tutta la sua bellezza, la sua storia, i suoi trionfi e le sue tragedie.

Pianta della metropolitana di Londra disegnata da Henry Beck nel 1933 (dedicata alla mia amica Anna Mercurio, grafico intelligente e sapiente, che me ne ha ricordato la paternità www.startmedia.it)