31 Sweet & Sour Film. Parte 2: (decisamente) EST

Non sono affetta da alcun tipo di TOC però quanto a ossessioni non me la passo affatto male.

Ma qui devo chiarire che sto seguendo da anni un consiglio che mi dette uno dei miei primi colleghi di Accademia, un designer anche lui snobissimo e elegantissimo (detto fra noi: accettereste un consiglio da un buzzurro malvestito? Io no), che diceva che bisognava lavorare sulle proprie ossessioni (ovviamente tenendosele ben strette).
E io questo cominciai a fare, vedendo subito che le cose che mi riuscivano meglio erano quelle sulle quali mi fissavo.
E mi fisso volentieri da sempre su situazioni cinematografiche, pretendo di vivere come in un film (narrativamente, avventurosamente, con una sceneggiatura mia e una colonna sonora che mi sono scelta), vado a cercare i posti in cui hanno girato i miei registi preferiti, al cinema non mi alzo dalla poltrona fino a che non sono trascorsi tutti i titoli di coda perché da lì tiro fuori un sacco di materiale con cui ossessionarmi, alberghi, ristoranti, caffè dove posso andare a vedere se sono rimaste impigliate tracce di esistenza, marche di abiti indossati, ringraziamenti sempre rivelatori.

Vado fiera di alcune iniziative che avrebbero fatto l’invidia del Filmstudio dei tempi d’oro e, per darvi un’idea, ve ne cito un paio (a.; b.): a. La Pitt Week, ovvero una settimana intera, dal lunedì alla domenica, con un film di Brad Pitt pro die; mia classifica di preferenze: Vento di passioni (Legends of the Fall, 1994); Troy (2004); Vi presento Joe Black (Meet Joe Black, 1998). b. Lo Zombie Day, ovvero 3 film di George A. Romero in un giorno, concretizzazione del progetto avvenuta con la complicità di un mio amichetto del noleggio che mi tenne da parte i dvd per la sera mentre io ero al cinema il pomeriggio. Annoto che andai a dormire con la netta impressione di aver dimenticato di inchiodare le finestre dall’interno (forse ebbi un attacco di TOC).

Wong Kar-wai (Cina 1958) è, in questo momento, insieme a Olivier Assayas (Francia 1955), il mio regista preferito. Posso capire che i due nomi vi dicano poco, trovare un loro film su grande schermo o su dvd è un’impresa che farebbe perdere la pazienza a una santo, però, se volete incontrare qualcosa che vi cambi la vita, datevi da fare e provate.
Fra i due esiste, fra l’altro, un legame. Wong kar-wai è il più grande regista cinese vivente e Assayas, pittore, diplomato ‘des Beaux-Arts’, figlio di uno degli sceneggiatori di Maigret e sceneggiatore lui stesso, scrittore, redattore dei Cahiers du Cinéma e finalmente regista, è colui che ha fatto conoscere all’Europa la nouvelle vague del cinema asiatico. Se, inoltre, considerate che Maggie Cheung (In the Mood for Love) è una delle attrici preferite di Wong Kar-wai ed è stata moglie di Assayas, vi sarete fatti un’idea quasi nitida sui destini che si incrociano.

Dopo questa premessa vi racconto come fu che passai la vigilia del Natale 2005 a Hong Kong. Se pensate che l’organizzazione di una cosa del genere sia facile, vi sbagliate di grosso.
Provate a calcolare il volo Roma-Londra (2 ore e 45 minuti), poi quello Londra-Hong Kong (12 ore), poi il fuso orario (+7) e ditemi se sareste in grado di mettere piede a Hong Kong quando avevate stabilito di farlo.
Io ci riuscii perché sono una persona tenace e ben organizzata.
Avevo deciso di farlo dopo aver visto (e rivisto più volte) 2046 (2004) di Wong Kar-wai, 4 pagine di recensione sui Cahiers du Cinéma, un film di bellezze molteplici e di ‘extrême maîtrise formelle’.
Il titolo viene da un numero di camera d’albergo e il film è scandito da riferimenti temporali fra i quali ritorna, ossessivamente, quello del 24 dicembre. Fu, dunque, per vivere come in un film che andai a trascorrere un 24 dicembre a Hong Kong e se mi rassegnai a non chiedere la stanza numero 2046 fu solo perché 1. non sono affetta da alcun tipo di TOC e sono capace di mediare; 2. non c’era.

Questa coroncina ci ha introdotti al cinema dell’est del mondo.
Che è il vero cinema da vedere, quello che ha qualcosa di nuovo da dire, che racconta storie diverse da quelle che ci sono venute a nausea da noi e che lo fa usando un linguaggio singolare per abituarsi al quale bisogna anche fare uno sforzo.
È diverso il ritmo narrativo, sono diversi i codici espressivi, il corpo non è come il nostro, la città è mostruosa, le donne sono bellissime, l’erotismo è fiammeggiante e segreto.
Ed è un cinema sporco.
Lascio da parte il raffinatissimo Wong kar-wai perché è inclassificabile e perchè abita un suo universo nel quale pare che si perda spesso anche lui. Penso, invece, di poter usare per dimostrare la mia tesi (sporco è bello) Jia Zhang-ke e il suo Still Life (Cina 2006), che potete trovare anche in Italia e che è nato da un sopralluogo che il regista ha fatto sul luogo dove sta sorgendo la Diga delle Tre Gole (quella che ha tremato durante il terribile terremoto del maggio di quest’anno 2008), che cancellerà dalla faccia della terra, quando sarà completata, una porzione di territorio, che sarà sommersa, abitata da quasi un milione di cinesi.
Jia Zhang-ke è un cineasta che non piace alla censura, il suo film è stato fatto uscire in 48 copie e ha avuto diritto ai soli spettacoli delle 9:00 e delle 13:00, gli orari peggiori.
Lo hanno visto in pochi anche ‘là’ ma il successo del dvd in 600.000 esemplari (non pirata) è stato eloquente.
Film sporco, dicevamo, ovvero miserabile, sudato, ambientato fra le rovine cui sono ridotte le abitazioni delle città che affacciavano sullo Yangtze, il più lungo fiume asiatico (quello sbarrato dalla diga, 6.300 km), e per questo polveroso, crepato fin dentro l’anima, girato economicamente in digitale con una videocamera a spalla.
Eppure poeticissimo, leggiadro, visionario, intenerito su due storie parallele di ricerca di un coniuge perduto, di potenza critica e di vitalità estetica poco correnti, tutto stretto agli oggetti semplici che strutturano la narrazione, sigarette, vino, cibo, che sono letti come linguaggio di comunicazione fra esseri umani che, per sentirsi insieme, non hanno bisogno di parlare.
E il titolo internazionale del film, Sill Life, è mutuato dalla pittura e dietro l’idea del film c’è un pittore, Liu Xiao-dong, che vede la poesia nella vita più ordinaria, che il regista conosce da quando era ragazzo e che decide di partire per la Diga delle Tre Gole.
Jia Zhang-ke lo accompagna, scopre qualcosa di inaudito, si chiude in albergo per tre giorni con il suo assistente e recita tutti i dialoghi di Still Life. Il film nasce così, come una crisi o una illuminazione.

Vi cito anche I don’t want to sleep alone di Tsai Ming-liang (Francia-Taiwan 2006), girato a Kuala Lumpur in un monumentale edificio in cemento la cui costruzione è stata interrotta.
Protagonista del film, insieme all’architettura citata, è un gruppo di sottoproletari cosmopoliti venuti in Malesia per cercare lavoro e privati di ogni speranza in seguito alla crisi economica degli anni ’90.
Ma c’è anche un altro cuore della narrazione: un materasso putrescente che viene recuperato dalla strada e diventa oggetto transazionale condiviso da coloro che finiranno con il dormici sopra insieme, trasformandolo in zattera, nella bellissima scena finale che vedete in locandina.
Film sporco che più sporco non si può eppure percorso da un’ossessione di pulizia (uno dei protagonisti lava il materasso con dedizione e ostinazione, coloro che non possono farlo da soli perché pestati a sangue o in coma sono sottoposti da altri a un’accurata toletta, l’acqua cola continuamente e sembra alludere a situazioni che sono diventate o ridiventate liquide), accompagnato dal ronzio dei ventilatori che muovono la stagnante aria tropicale, che sostituisce la voce delle persone, che è assente a indicare la difficoltà di comunicare quando non si parla la medesima lingua; film, inoltre, eroticissimo, voyeuristico, frustrato, amorevole, che ci dice che si può ancora andare a guardare altrove.

Mi sono accorta di identificarmi più con i cinesi del Sichuan e gli innamorati sul materasso della Malesia che con la Elsa di Giorni e nuvole di Silvio Soldini, italiana e laureata in storia dell’arte.  
La cosa mi preoccupa.
O dovrebbe, piuttosto, preoccupare il cinema italiano (in questo caso anche quello svizzero), incapace, al medesimo tempo, di rappresentare la realtà e di inventarne una alternativa.
Avvisi ai (fratelli dei) naviganti: se siete in crisi di ispirazione, mollate; gli ormeggi o la sceneggiatura, fate voi, ma perché dopo l’indimenticabile Agata (Agata e la tempesta, 2004), che pensa la sua vita e quella degli altri in termini di libri, è capace di fulminare le lampadine con le sue scariche emotive e sta con uno che è di almeno 15 anni suo cadetto, Soldini ci ammannisce una signora noiosa in ritardo con gli studi e in crisi con il marito?
Se, parafrasando Robert Fillou (v. puntata n° 7), il cinema non rende la vita più interessante del cinema, chi ce lo fa fare a vederlo?

Meglio utilizzare la serata per prendere un bagno caldo, rilassa e fa passare il cattivo umore e, con un sapone dalla profumazione adeguata e un po’ di immaginazione, non solo la Cina, ma anche la Malesia diventano vicine.

2046, Wong Kar-wai, 2004

Olivier Assayas, Francia 1955

Still Life, Jia Zhang-Ke, 2005