168 Elogio del grembiule

Piaceva a Marlene e non a Ada Cantini, sorella di Giorgia, quella di Quo vadis, baby?
Attrici tutte e due ma di stoffa diversa.

Marlene scrive nel suo Dizionario di buone maniere e cattivi pensieri: ‘GREMBIULE. Mi piacciono i grembiuli. Quelli ampi, con i bordi larghi e le grandi tasche quadrate. Fino a poco tempo fa compravo quelli da infermiera all’antica, con le increspature tutt’intorno. Una donna in grembiule è da abbracciare. Un grembiule appoggiato su una sedia di cucina è una meravigliosa natura morta. E le tasche di quel grembiule, che ospitano caramelle scartate attaccaticcie, pezzi di carta sgualciti, annunci economici strappati in fretta, monetine, un pezzo di benda, una calzetta e un turacciolo, dovrebbero ispirare quei poeti che si lasciano così facilmente tentare dai tesori contenuti nelle tasche di un bambino.’

Sentiamo l’altra campana: ‘2 gennaio 1986. Incredibile, nevica anche qui…Terribile tornare a casa da G. dopo aver fatto l’amore con A. Ho pensato che il mio amore per G. è diventato un grembiule da cucina, mentre quello per A. è un abito scollato, da sera. Quando beve è manesco…Credo che starò un po’ di tempo senza chiamare casa. Mio padre l’altro giorno mi ha detto che con il mio carattere non farò mai carriera…’ (Grazia Verasani, Quo vadis, baby?, 2004. Il libro è inferiore al film di Salvatores, dove però il grembiule non appare).

Sospetto che Marlene si mettesse il grembiule per tranquillizzare la preda che aveva puntato, così come cucinava in tutte le lingue a seconda della nazionalità dell’amante di turno ma questo suo lato domestico trovo che le stia bene, la completa in una leggenda che si è costruita dall’inizio alla fine, dura, impeccabile, perfezionista, ambiguamente carnale.
La feroce biografia che le ha dedicato la figlia Maria Riva (Marlene Dietrich, 1992) ce la mostra spesso alle prese con le cose di casa, ha spirito pratico da tedesca, disinfettava anche lei come faccio io i bagni di tutti i posti in cui andava (castello, palazzo, nave di lusso, treno o albergo), mangiava ‘sottaceti, crauti crudi, würstel crudi, aringhe e salame’, insomma non era inappetente e la domenica a  Hollywood se ne stava a casa, si lavava i capelli e si metteva in cucina, probabilmente con il grembiule, mentre von Sternberg in giardino dipingeva gli ibischi in fiore e tutti attendevano la vecchietta che faceva contrabbando di alcolici e consegnava bottiglie di gin e scotch che teneva in una carrozzina per bambini avvolti in copertine rispettivamente rosa e celeste.

Ada Cantini è una sgangherata, aspirante attrice senza talento, il padre era stato buon profeta quando le aveva detto che non avrebbe mai fatto carriera.
(Anche se non era questione di carattere. Nel film l'interprete, Claudia Zanella, riesce quasi decentemente nella parte di quella senza centro, forse involontariamente. Un'attrice francese avrebbe fatto la sbiellata apposta e con risultati indimenticabili. Non mi piace il cinema italiano, anche se Salvatores, qualche volta, si salva).  
Chiusa la parentesi sullo stato dello Stivale, torniamo al grembiule.

Adoro quelli da cucina, da me sono tutti a righe bianche e blu, grandi, lunghi, pesanti, di fattura svedese e inglese, belli tosti, occupano mezzo cassetto e un quarto di filo quando sono stesi insieme agli altri panni. Mi guardo bene dallo sporcarli, li indosso spesso (senza, non sono capace nemmeno di vuotare la lavastoviglie) ma stanno lì per motivi di decorazione di interni. Come si sarà capito, ho con tutto quello che è in cucina un rapporto più mentale che altro, studio sul tavolo di marmo, faccio colazioni e cene con candele, cristalli e porcellane e poca roba nel piatto, allestisco il frigorifero a seconda dei colori, impilo le pentole artisticamente. Circa un mese fa un amico che si era messo in testa di cucinare lui per invitarmi a casa mia si è salvato dallo strangolamento solo perché sono molto dotata di autocontrollo. (Gli uomini non sempre tengono conto dell'esistenza dei ristoranti). 

Indossa un grembiule la deliziosa servetta danese di Christen Dalsgaard che si chiede se lui arriverà e intanto fa la calza; le hanno di simili a ali di farfalla le ragazzine della famiglia Bellelli di Degas, la mia collega anziana allieva di Longhi partiva da questo dettaglio per spiegare il dipinto (e dalla carta da parati sullo sfondo, altro pezzo di assoluta bravura); ha un grembiulino il ragazzino che gioca con i dadi di legno di Thomas Eakins (1844-1916), uno dei miei pittori preferiti, 'individualist, nonconformist, truth-teller', che vi suggerisco di andarvi a guardare se solo avete qualche dubbio sul talento made in USA prima dell'infornata di artisti europei arrivati durante la Seconda Guerra.
L'arte rigurgita di grembiuli, fruga l'abbigliamento da interno e da lavoro, gli dà la dignità dell'abito da sera.
La letteratura lo usa come metafora: Hemingway definisce 'smooth apron of water before the river' la liscia superficie dell'acqua del fiume dove Jack e Bill vanno a pescare trote in The Sun Also Rises. (Recuperate le bottiglie di vino messe a rinfrescare nell'acqua gelida, mangeranno pollo e uova sode, ricordatevene nel comporre il menu del vostro prossimo picnic).

In italiano grembiule viene da grembo è, cioè, una parola esplicita che ha a che fare con parti private.
Anche in francese, scopro. La parola tablier, leggo sul Petit Robert, viene utilizzata anche per indicare 'une toison pubienne abondante', cioè un vello inguinale rigoglioso, però solo per le donne. (Chissà come si chiama il pelo abbondante degli uomini, se lo scoprite, fatemelo sapere).

Come vedete tutto si tiene. Dalla puntata 159, Il pelo nell'uovo, a quella odierna il passo è breve. Pelo e grembiule servono come protezione.
Forse perché Ada Cantini, non amando i grembiuli, ne era sprovvista, si è ritrovata così disarmata, infelice, disperatamente suicida in una notte balorda in cui, una volta di più, non c'era per lei un copione da recitare.  

Christen Dalsgaard, Oh, lui verrà?, 1879

Edgar Degas, La famiglia Bellelli, 1858-1860

Thomas Eakins, Baby at Play, 1858-67