35 Casa dentro

Le performance o le vedi o devi avere molta fantasia per immaginartele. Tecnicamente una performance è una forma di arte che combina elementi del teatro, della musica e delle arti visive, collegata all’happening e ben programmata. Gli artisti fanno performance da sempre, probabile che anche Monet che dipinge La Grenouillière (1869, New York MET), visto che riprende dal vivo, cioè in pubblico, la rotonda dove i parigini vanno a fare il bagno la domenica d’estate, si possa leggere come un performer. La Performance art nasce storicamente con i Futuristi, i Dadaisti e i Surrealisti, dei quali tutti conosciamo lo spirito provocatorio e la voglia di farsi notare. Poi vennero gli anni ’70, quelli dei pantaloni a vita bassa (non sopporto i pantaloni a vita bassa e domando continuamente ai miei studenti perché li indossano. Li ho indossati anch’io negli anni ’70 e avevo sempre freddo alla schiena e alla pancia. Io lo facevo perché andavano di moda, ma loro, perché lo fanno, visto che è solo un revival? È proprio vero che l’essere umano non è capace di approfittare dell’esperienza altrui e continua a prendere freddo alla schiena e alla pancia), del corpo indagato e, chiamiamolo così, dell’impegno. E la performance spopolò. Quando leggo delle modelle di Yves Klein, e qui siamo ancora ai ’60, che si dipingevano di blu, IKB International Klein Blue, e che poi si rotolavano su immensi fogli bianchi fissati su muro (Anthropométries de l’époque bleue, 1960), mi commuovo, penso che quelle serate devono essere state molto belle, lui ce l’ho in mente in una foto che lo ritrae mentre balla il rock’n’roll e dappertutto trovo indicazioni che me lo fanno pensare come un uomo poetico in cerca di assoluto. Altra è la musica del decennio successivo quando la performance assume caratteristiche sadomaso e vira verso lo scatologico, in una parola abusa del corpo. E tu prova ad andare a spiegare in una lezione rivolta a studenti dall’incerta preparazione o a un pubblico non specializzato il senso di tutto questo. Probabile che qui si sia creata la frattura, quella che si sente nell’aria e che fa arricciare il naso a un sacco di gente quando si parla di arte contemporanea. Vediamo di capirci qualcosa. Marina Abramovic (Belgrado 1946), che si definisce ‘the grandmother of Performance art’, ha usato il suo corpo come soggetto e come medium fin dagli inizi della sua carriera, lo ha sottoposto a ogni tortura e gli ha fatto correre ogni rischio per indagarne i limiti. Una volta, in Rhytms O, 1974, invitò il pubblico a usare su di lei come desiderava 72 oggetti che erano su un tavolo e fra gli oggetti c’erano una rosa e un tubo di rossetto ma c’erano anche forbici, un’ascia, una sega, aghi e una pistola carica. La performance durò 6 ore, lei fu spogliata, aggredita e le fu puntata la pistola alla testa. Se mai ce ne fosse stato bisogno, fu dimostrato che l’essere umano è aggressivo. L’artista offrì il suo corpo e, per estensione, la sua vita, al pubblico, dichiarando successivamente in un’intervista che comunque è meglio quando esiste un ‘frame’, una cornice. Marina Abramovic è un boccone troppo succulento per la nostra Opera Soap: ha più volte organizzato una performance che si intititola Cleaning the House, perciò non la possiamo lasciare da parte solo perché è difficile raccontarla. Prendo in prestito da Ollivier Pourriol, un filosofo che amo e che si è inventato un metodo di insegnamento irresistibile nel quale spiega i grandi pensatori con l’aiuto di film, attenzione, non di opere autoriali ma di blockbuster che tutti abbiamo visto (ci torneremo sopra, aspettatevi Descartes interpretato attraverso Collateral, Matrix e Fight Club e visitate intanto il sito www.cine-philo.fr oppure leggete il suo Cinéphilo, 2008, nella collana di Hachette Littératures Haute Tension. Ollivier, amitiés.), un gancio per controllare lo stato dei nostri rapporti: ‘se siete ancora lì e se leggete queste righe’, allora provate a considerare l’arte come una metafora o una cosa astratta che ci presenta casi limite, ovvero concetti e il comportamento dell’artista contemporaneo come modo estremo al quale dobbiamo avvicinarci sapendo che lui ci sta tendendo uno specchio. Siamo contemporanei anche noi e se ci sentiamo in imbarazzo è probabilmente perché certe volte è difficile guardarci in faccia veramente. Penso a tutti coloro che vanno nella foresta, pagando denaro, per provare il brivido del pericolo dell’aggressione notturna degli animali; penso a quelli che si buttano dai ponti con un’imbracatura per provare il piacere dell’adrenalina (si chiama bungy jumping, salto con l’elastico, ho pensato che si trattasse di una pratica idiota fino a che non mi sono fatta raccontare ‘perché’ e ‘come’ da un amico che si era lanciato); penso ai miei studenti con i corpi tatuati e trapassati da piercing in certi casi brutti e furibondi (fatevi una navigatina e visitate qualche sito specializzato e date un’occhiata a qualche blog nel quale adolescenti dubbiosi chiedono se trapassandosi l’orecchio poi viene mal di testa e si gonfia la faccia e altri senza più dubbi rispondono cose del genere: ‘Io ne ho 33 e sto benissimo’); penso a tutte le forme di tortura che si infliggono le donne (prima i busti, ora le scarpe con tacchi da 15 cm) e anche gli uomini (depilazione delle sopracciglia con ceretta, doloroso ma non definitivo; depilazione delle sopracciglia con laser, doloroso e definitivo: praticamente tutta la vita con la faccetta da bamboletta giapponese di porcellana e chissà quante cose sono cambiate nella testa); penso alle sale delle palestre con la macchine e a tutti quelli che ci si attaccano e sudano e soffrono; penso al mal d’amore, al lutto, alla gelosia, agli interventi chirurgici e anche al cancro. Perché mai Marina Abramovic che si mutila, si taglia, sanguina e spiega, insegna, fa riferimento a rituali antichi, a pratiche di iniziazione, al sangue sempre presente nella vita di una donna, all’autenticità dei suoi gesti rispetto alla finzione costante che esprime il mondo (su questo niente da obiettare, siamo d’accordo?) dovrebbe sembrare strana e pericolosa per sé e per gli altri? Fate un passo verso l’arte, pensatela come estensione della vostra vita e delle vostre pulsioni più segrete, siate grati a chi si prende sulle spalle i vostri demoni. E pulite la casa come ci suggerisce l’artista. Diamo a lei la parola: ‘Con i miei studenti faccio un esercizio chiamato Cleaning the House che ha a che fare con la casa interiore. Dura cinque giorni. Non si parla, non si mangia, si fa esercizio fisico pesante. Uno degli esercizi è andare nella foresta bendati perché un artista deve vedere con il corpo, non solo con gli occhi. Ed è quello che accade in questo genere di cose. Diventi così sensibile che vedi veramente con il corpo. Puoi sentire l’odore di ogni cosa e hai un’intuizione molto forte su chiunque come normalmente non ti accade perché hai troppo cibo, troppa informazione, troppa tv, troppe notizie, troppo tutto. Ecco perché quando elimini tutto, tutto succede. Come dico io, quando non fai niente, tutto succede. È una semplice verità, ma è incredibile’. Devo ricordare il Battista e Cristo nel deserto? Gli anacoreti, gli stiliti, Francesco che si rotola sui rovi, le sante anoressiche, la lontananza in amore che rende l’altro più presente, lo stupore leggero che si prova quando si scende a comprare il giornale solo con un po’ di contante in tasca? La metafora della pulizia della casa funziona a meraviglia e può essere invertita. Voi provate a pulire il fuori (il vostro appartamento) per pulire il dentro (la vostra anima). E, armati di stracci e detersivo, pensatevi come performer. Aiuta. L’arte, si sa, sta lì anche per darci una mano nei momenti in cui meno ci aspetteremmo di incontrarla.

Yves Klein (1928-1962)

Marina Abramovic, Cleaning the House 2007, Serpentine Gallery Experiment Marathon, 13-14 October 2007 www.serpentinegallery.org