5 Una storia singolare per avviare il discorso

Quando è apparso il libro di Louise Rafkin Lo sporco degli altri, Avventure di una donna delle pulizie da New York a Kyoto (Feltrinelli, Milano 2000; tit. or. Other People’s Dirt, A Housecleaner’s Curious Adventures, New York 1998) mi sono davvero chiesta da dove fosse uscito.
La protagonista confessa che da ragazzina sognava di fare la spia e che aveva cominciato a esercitarsi osservando di nascosto una vedova, che viveva lì accanto e che sospettava essere stata sposa di un pluriomicida. Visto l’interesse che suscitava il suo appartamento, la vedova aveva pensato bene di offrire alla giovane e intraprendente vicina un lavoro di pulizie due volte la settimana dopo la scuola per due ore a due dollari l’ora.
Il presunto pluriomicida era stato, in realtà, un dentista, la biancheria da lavare si era rivelata meno interessante del previsto, l’impiego era durato un solo mese ma ormai era fatta: il modo per entrare nelle vite altrui era stato individuato e consisteva nel pulire lo sporco degli altri.

Singolare destino, quello della Rafkin: scrittrice per bambini e giornalista di costume, armata di stracci, detersivi e aspirapolvere, percorre gli Stati Uniti e anche un pezzo di Giappone facendo ordine nel mondo e, metaforicamente, nella propria vita.
Il libro è frizzante e per niente scontato, affronta i contatti con chi ha fatto le pulizie in case famose, le specializzazioni alle quali non avremmo mai pensato (le pulizie sulla scena del delitto), quelle inconfessabili (le ragazze vestite del solo grembiule su richiesta del cliente), riferisce in dettaglio il contenuto dei frigoriferi, dei secchi della spazzatura, del pavimento sotto i tappeti, dello scarico della vasca da bagno, dei cesti di fazzoletti usati dai pazienti in lacrime nello studio degli psicoanalisti, dei camion che trasportano i rifiuti.
Procede toccando il domestico e la chimica, la religione e il collezionismo, il feticismo e l’acquisto compulsivo, gli animali in casa e quelli in laboratorio, i corpi cremati (con le ceneri da disperdere quasi di nascosto ‘con il dubbio di compiere qualcosa di illegale. Come se ci stessimo liberando della spazzatura’), il rapporto con il cibo, con l’alcool, con il sesso, con il dolore, con la scrittura.

E con l’arte.
Racconta a un certo punto la Rafkin di essere stata invitata da un’amica a vedere, a New York, la Earth Room di Walter de Maria, l’installazione di ‘una stanza tutta piena di terra. In realtà, diverse stanze piene di terra. Un appartamento di mille metri quadri sepolto sotto duecentocinquanta metri cubi di terra’. L’approccio all’opera è da manuale. Si accorge subito che la terra non è né sporca né disordinata, che è stesa uniformemente con una profondità di mezzo metro, che è raccolta e disposta con attenzione, che ha, dunque, qualcuno che se ne prende cura. Il tutore della Earth Room si chiama Bill Dilworth e il suo compito è quello di ‘innaffiare, raccogliere, rovesciare e sarchiare il terreno’ per mantenerlo così come è stato pensato da de Maria nel 1977, quando una società di Long Island specializzata in architettura dei giardini ha effettuato il trasporto di tutto quel materiale soffice e umido che, mentre l’arte andava nella natura con l’esperienza della Land Art, portava la natura in un luogo d’arte e voleva mantenerne i processi basilari.

Il martedì è il giorno di pulizia della stanza terrosa. Dilworth indossa stivali di gomma e tuta e, con gli attrezzi da giardino, inizia la sua attività di ‘antigiardinaggio’.
Ama l’installazione, la rispetta, possiamo dire che la capisce meglio di chiunque altro. Con ‘cura a attenzione’ (l’essenza della pulizia) Bill si muove sul plateau di terra come su un altare. A primavera la terra, anche ‘quella’ terra, esprime il suo desiderio di semi, c’è pure l’episodio del visitatore che compie un atto di sabotaggio sull’opera (di aggiunta, non di sottrazione) e getta dei semi d’erba che presto germogliano generando ciuffetti di piantine che vengono prontamente eliminati.
C’è chi rimane sconcertato di fronte a tanto costoso spazio utilizzato da decenni ‘solo’ per custodire terra; chi si lamenta della mancanza di vegetazione.
Louise, entrata nelle simpatie di Bill, un giorno viene invitata ad aiutarlo. 'Soffice, appena scivolosa, sporca', in mutazione: la terra di de Maria cambia da una stanza all’altra, al riparo del sole sul fondo è più soffice, diviene più dura quando è colpita direttamente dalla luce, si trasforma in materia quando, bagnata dal getto di acqua, schizza sulle pareti come il colore manovrato da Pollock.
Il tempo trascorso sullo ‘sporco fatto di terra’ cambia la relazione della scrittrice con lo spazio, così come fare le pulizie muta il suo rapporto con la casa, la frequentazione dall’interno dell’opera ne varia la percezione e lei si accorge che c’è una parte della galleria che si può vedere solo se si cammina davvero sulla terra e che è, dunque, interdetta al normale visitatore.

Privilegio della frequentazione ravvicinata dell’arte, accesso al toccare e al praticare, atti di solito vietati e, quindi, ambiti, esame ravvicinato dell’opera che sorprende e apre nuove strade mentali. 

Louise Rafkin

Walter de Maria, The New York Earth Room, 1977 www.earthroom.org