40 Due cuori e una capanna

TEMA: Siete in vacanza e avete fatto l’errore di andarci con la persona sbagliata? Siete da amici e vi siete seccati di trovare sempre l’unico bagno occupato? Guardando lucidamente figli, nipoti e vicini di casa vi siete accorti che sono mostruosi? C’è sempre qualcuno nel posto dove vorreste stare voi? Rimpiangete la metropolitana di Roma affollata, sì, ma di estranei con i quali sarete a contatto solo per 15 minuti? Se avete la vague à l’âme e pensate di aver buttato via la vostra estate, cercate consolazione nella 41a puntata di Opera Soap. Essa è dedicata a coloro che ce l’hanno fatta e che hanno scelto di starsene per un po’ in una capanna mettendoci dentro uno o, al massimo, due cuori. Vi aspettano, nientemeno, che Wittgenstein e Corbu. Dimenticavo: anche l’orso di pezza di Gotland, il compagno che mai vi dirà ’Mi dispiace’. Non risolverete i vostri problemi contingenti ma avrete a portata di mano la soluzione per quelli che vi si ripresenteranno puntualmente quando arriverà il momento di organizzare l’estate 2009-2010.

SVOLGIMENTO: L’argomento seconda (talora terza e anche quarta) casa è sensibile, l’Italia si è riempita dagli anni ’60 di residenze secondarie che ne hanno trasformato il volto e così, andando su e giù per lo Stivale, è possibile vedere graziosi chalet di montagna con tetto obliquo sulle coste e  ridenti mattonelle con cavallucci marini ai piedi delle Alpi. Colloco qui, nella sezione abuso del patrio suolo, anche la storiella della dépendance della cascina che si fece costruire per emulazione il contadino analfabeta che curava in Toscana le terre di una mia collega (quella che avete già incontrato, con la madre centenaria che definiva ’a castagna secca’ la pelle dell’amica ottantenne) per ospitarvi il suo studio, suo di lui, il contadino analfabeta, completo di scrivania e biblioteca messa insieme non ho mai capito come, probabilmente poco utilizzato, almeno nel senso in cui si utilizza di solito uno studio.

Non dico niente di nuovo. Ho visto e sentito parlare di seconde case di tutti i generi, dalla villa con parco intorno a ruderi con doccia esterna da prendersi con il tubo di gomma.

Ebbi la conferma di un malessere generale a questo riguardo quando, invitata a una festa in una località di villeggiatura vicino a Roma da alcuni giovani artisti, andai con una comune amica, che quella sera si era fatta prestare la magnifica BMW del marito (che guidava, fra l’altro, in allegria), commettendo di concerto due sintomatici errori: 1. imboccammo, certamente anche a causa del cancello aperto, l’entrata del cimitero scambiandolo per il complesso residenziale al quale eravamo dirette (ci venne il dubbio solo alla prima cappella di famiglia); 2. lisciammo clamorosamente l’ingresso del complesso residenziale di cui pure avevamo annotato l’indirizzo scambiandolo per il cimitero del paese vicino.

Quando finalmente arrivammo a destinazione confesso che feci fatica a comportarmi amabilmente per tutta la serata e che, nonostante l’innegabile grazia del nostro ospite, lo avrei volentieri piantato lì a godersi l’orrore nel quale passava le vacanze da quando era adolescente per tornarmene in città nella mia unica casa.

Ne posseggo, infatti, una sola, che mi basta ampiamente, se non altro per l’impegno, economico, mentale, di gestione, di rifinitura, di decorazione e di mantenimento che comporta: solo per la scorta delle lampadine e delle batterie (attacchi, forma, potenza) avrei bisogno dell’aiuto di un ingegnere gestionale, per non parlare delle cose più serie e strutturali, pavimenti, mura, sanitari e infissi, e degli elettrodomestici, tutto da tenere sotto controllo, pulito e in stato di efficienza, cappa aspirante compresa (per rimetterla in riga fra supervisione della pulizia, filtro a carbone e pannello antigrasso ho impiegato di recente due pomeriggi. Non ditemi che voi nemmeno sapete se avete un filtro a carbone nella vostra cappa aspirante perché ciò significa che non lo avete mai sostituito e che, quindi, la vostra cappa non aspira più un bel niente da tempo e che è del tutto inutile tenerla ancora nella vostra cucina). 

Di tanto in tanto mi piace porre ai proprietari di seconde case la domanda sensibile: ’Chi pulisce la casa fuori?’. Le risposte sono sempre scivolose (anche se le case sono poco insaponate): non c’è più nessuno che pulisca, i tempi in cui era facile trovare personale di servizio in paese o una portinaia disponibile sono terminati, si arriva e la casa è esattamente come ci si aspetta che sia una casa nella quale nessuno ha messo piede per un po’ (cinque giorni, una stagione, un anno): in uno stato di abbandono che stringe il cuore, polvere sulle superfici orizzontali, odore di umido, lenzuola e asciugamani dal colore divenuto incerto, piatti che andrebbero rilavati tutti prima di appoggiarci sopra anche solo la buccia di una mela. A queste difficoltà iniziali si aggiunge anche, regolarmente, lo scarso rendimento del comparto elettrico, l’aspirapolvere (quando c’è) aspira poco perché il sacchetto è scoppiato da un pezzo e il segnalino rosso non lo ha notato nessuno quando sarebbe stato il momento di notarlo e la lavastoviglie (quando c’è) ha problemi con il tubo di scarico. Tralascio i filtri, quelli dell’aspirapolvere e quello della lavastoviglie, presenti e da mantenere in buono stato, perché anche Marie Antoinette, come sostiene Sofia Coppola, nega di aver pronunciato la famigerata frase delle brioche e non vorrei dare io l’impressione di occuparmi del superfluo quando ci sono grane con l’indispensabile. E non venitemi a dire che non sapevate che l’aspirapolvere e la lavastoviglie hanno il loro bravo filtro perché ne dedurrei che non avete mai controllato neppure quelli.

Ma passons.

Comunque vi siete incaponiti e il suggerimento che vorrei darvi di passare le vacanze in albergo non vi piace. Peccato, trovereste tutto pulito, lenzuola odorose, piatti senza macchia e potreste sempre cambiare il prossimo anno nel caso vi fosse venuto a noia il panorama. Ma avete l’istinto di possesso immobiliare e volete stare a casa vostra anche quando abbandonate la prima residenza. Ascoltate almeno le vicende domestiche di questi grandi intellettuali e cominciate seriamente a pensare di dare via la villa (o il rudere) e di farvi una  capanna. Divido le proposte in A. La casa del pensiero; B. La casa dell’architetto e C. La casa dell’orso di pezza perché abbiamo a che fare con gente seria e si deve capire al primo sguardo.

Caso A. La casa del pensiero. Ludwig Wittgenstein è stato il più carismatico filosofo del XX secolo e ha scritto e vissuto con un’intensità invidiabile. Ricordate nel bel film di Derek Jarman (Wittgenstein, 1993) le facce dei suoi accidentali allievi rurali austriaci di fronte alla sua incomprensibilità (questa immagine mi consola da sempre di fronte alle facce dei miei studenti). Nel settembre del 1913 non ha ancora scritto il Tractatus logico-philosophicus (1921; secondo me già ci stava pensando). Se ne va con l’amico David Pinsent in Norvegia, vicino a Bergen. Ritiene che a Cambridge, dove studia con Russel, ci siano troppe preoccupazioni futili. Si sistemano in un albergo vuoto e lui pensa come è solito pensare, percorrendo la sua camera a grandi passi in lungo e in largo. La sera giocano a domino, in un’immagine di rigore che trovo bella e che gli sta molto bene. Rientra alla base ai primi di ottobre. Ha deciso di ritirarsi da solo in Norvegia e il primo pensiero è per le isole Lofoten, poco sotto il circolo polare. Torna però a Bergen e opta per Skjolden, un villaggetto a 200 km dalla città, presso un lago di montagna. Compra un terreno deserto sulla riva nord del lago, accessibile solo in barca e ci costruisce con le sue mani una capanna che misura m 8 x 7. Mette a punto anche un sistema di trasporto per salire dal lago alla casa. Passa l’inverno in solitudine, il luogo è immerso nell’oscurità fino a marzo e nel suo Diario si lamenta di non riuscire a lavorare come vorrebbe. La guerra 1915-1918 gli impedisce di tornare nella sua capanna. Ci sarà di nuovo venti anni più tardi, poi la cederà a un amico norvegese e farà un’altra breve sortita nel 1950, malato e prossimo alla morte. Wittgenstein ha cercato tutta la vita una ’casa del pensiero’ dove il filosofo potesse mettersi alla prova esistenzialmente attraverso un viaggio interiore che solo quell’isolamento radicale permetteva: ’La soluzione del problema che tu vedi nella vita è un modo di vivere che faccia scomparire il problema’ (Philosophische Bemerkungen, 1964). Voi fate scomparire il vostro modo di stare in villeggiatura fra orde di parenti, amici e ospiti, supermercati affollati al ritorno dalla spiaggia, sagre paesane farlocche e stereo a volume supersonico con musica tecno che supera ogni spartizione condominiale e scomparirà anche la vague à l’âme che turba le vostre giornate. E non dite che il filosofo è esagerato. La filosofia è come il cinema, come l’arte e come la geometria:  astratta, e ci presenta casi limite, vale a dire delle idee, degli esempi, delle fonti di ispirazione. Noi abbiamo indicato il percorso, ora sta a voi fare il passo di traduzione e di interpretazione del testo.

Grazie a Patrice Bollon e al suo articolo L’épreuve de la cabane, Philosophie Magazine n° 3, agosto-settembre 2006. Le istruzioni per raggiungere la capanna di Witt, comunque ricostruita, prendono 7 righe e vi saranno comunicate su richiesta via mail, tempestivamente e comunque prima dell’estate 2009-2010.

Caso B. La casa dell’architetto. Gli architetti hanno di solito belle case che utilizzano come biglietto da visita e occasione di sperimentazione. Un caso in cui non è vero che il calzolaio va in giro con le scarpe sfondate, luogo comune che mi piace poco perché allora meglio sarebbe cambiare mestiere e avere scarpe in ordine (andreste da un odontoiatra con brutti denti? Io no). Nel 1952 Le Corbusier si fa la casa al mare, a Roquebrune-Cap Martin in Costa Azzurra e costruisce con le sue mani una capanna che ha disegnato in un’ora. 2,26 metri di altezza (quella del Modulor, un uomo con il braccio alzato), 3,66 metri di larghezza, un ambiente unico, un letto, un tavolo su ruote, armadi integrati, due cubi da utilizzare come sedute, un lavabo in inox, un vetro di finestra sostituito da uno specchio, il pavimento giallo, il soffitto verde e arancio. Il Cabanon di Corbu è una sintesi del concetto di casa e, come voleva il suo artefice, raggiunge ’la poesia attraverso il rigore’. Al mare si vive con poco, basterebbe ammetterlo e apprendere la leggerezza da quest’uomo complesso, gran lavoratore, purista, pioniere e anche un po’ martire (come tutti i grandi) che nel mese di agosto arrivava a Roquebrune con il Train Bleue, indossava gli shorts, faceva il bagno, leggeva e prendeva appunti. Un’estate al mare, sì, ma in stile minimale.

Il Cabanon è oggi monumento nazionale, Sentier du bord de mer 06190 Roquebrune Cap Martin tel. Office du Tourisme 04 93 35 62 87. Una ricostruzione itinerante è stata realizzata dalla ditta Cassina.

Caso C. La casa dell’orso di pezza. Nel giugno del 2006 ho organizzato per Il sole al guinzaglio un viaggio in Svezia diviso in due parti: 1. vacanza all’isola di Gotland; 2. soggiorno di studio a Stoccolma. Non avevo mai utilizzato per queste iniziative il termine ’vacanza’ e non lo farò mai più, essendo stata, quella, un’esperienza di amara frustrazione. L’idea era di andare a stare qualche giorno quanto più vicino possibile a Ingmar Bergman, che viveva in solitudine sulla vicina isola di Färo, di immergersi nella luce dei suoi film e capire dall’interno la cultura dell’abitare del nord. Scelsi come base il Fabriken Furillen, un hotel singolare ricavato da una cava di calcare con stanze in cui ogni elemento era di concezione svedese, finlandese o danese. Per intenderci: letti Hästens, televisore Bang & Olufsen, vetri Ittala, bin Vipp, praticamente il meglio del design scandinavo. Avevamo a disposizione un cuoco tutto nostro e una pasticciera che faceva dolci che da soli valevano il viaggio, una cantina magnifica e un gruppetto di giovani cameriere che, dal colore degli occhi all’abbigliamento, erano una sinfonia di grigi gustaviani. Non avevo mai visto in vita mia qualcosa di così meravigliosamente amalgamato, sembrava un set di un film in cui tutto fosse però assolutamente libero e naturale. Il gruppetto era composto da 12 persone che, fra l’altro, si conoscevano e stavano insieme con piacere. Andò tutto storto, niente piacque, il posto venne giudicato selvaggio, a ogni cosa si cambiò di segno, il minimale fu definito squallido, i materiali furono fraintesi, l’isolamento divenne una condanna, ognuno tirò fuori il suo lato peggiore, avevo la sensazione di un naufragio che avesse messo a nudo le anime. Ho molto pensato a questa esperienza, che nella memoria ho sintetizzato come un grumo di dispiacere e di incomprensione e credo anche di aver individuato i motivi delle reazioni che ho fatto tanta fatica a tenere sotto controllo al momento: il posto era radicale e le scelte nette e rigorose, era, in una parola, un luogo d’arte e, come sempre fa l’arte, aveva messo in moto pensieri che in una pensione in val Gardena se ne starebbero stati quieti e nascosti e non avrebbero disturbato. Già la Svezia è dura, le relazioni umane sono più interiorizzate delle nostre, la cura dell’ospite non lo invade; in più stavamo anche su un’isola e lontano da Visby, il capoluogo, dove c’era ancora un lembo di vita metropolitana che parlava una lingua conosciuta, praticamente eravamo esposti alla verità delle cose e di noi stessi come gli alberi che avevamo intorno al vento del Baltico.

Un pomeriggio andammo a fare una passeggiata per distendere gli umori e portai tutti alla capanna di cui avevo sentito parlare: piccola, in legno, dotata di tutti i lussi possibili ma senza acqua e senza elettricità, sorgeva nel bosco come in una fiaba e accoglieva gli stressati che da tutte le parti del mondo, pagando cifre non indifferenti, volevano fare l’esperienza del ritorno alla natura con il paracadute dei pasti serviti elegantemente dall’hotel e lampade da tempesta design. Rimasi incantata, mi sembrò un luogo della mente che si fosse realizzato per la volontà di un poeta. Nel letto stava un orsacchiotto di pezza, raffinatamente abbigliato, al momento padrone assoluto di tutto quello spazio limitato eppure intimamente immenso. Lo guardai con simpatia e desiderai lasciare la mia stanza supertecnologica per venire a passare con lui la notte: qualcosa mi suggeriva che lui aveva fuori il suo lato buono e che al ritorno non mi avrebbe mai potuto dire, come accade solo quando è vero amore, ’Mi dispiace’.

Capanna di Ludwig Wittgenstein, Skjolden, Norvegia, 1913

Capanna di Le Corbusier, Cap Martin, Francia 1951

Capanna Fabriken Furillen, Isola di Gotland, Svezia