41 Solitude in the City

Il Bat Day si è trasformato rapidamente in Bat Week, che si avvia a diventare Bat Month e, forse, Bat Summer.

Meglio così, non mi piace lasciare le cose a metà.

La colpa è del Joker, che si è accampato nelle mie giornate e mi dà da pensare. Chiunque mi capiti a tiro in questo inizio di agosto viene investito dalla medesima domanda: ’Hai visto l’ultimo Batman?’. Le risposte sono sempre troppo tiepide per i miei gusti (ma ciò accade spesso, ho, mi pare di capire, gusti di temperatura superiore alla media), qualcuno non sa, qualcuno liquida l’argomento, qualcuno ammette che The Joker è entrato già nella leggenda.

Il film del londinese Christopher Nolan (1970), The Dark Knight, è elegante e minimalista. Non fatevi ingannare dalla trama complessa (di cui ho cominciato a capire qualcosa alla terza visione) e dagli effetti speciali, guardate sotto la maschera e sotto al trucco, questo sforzo vi tornerà utile. Mr. Wayne veste Armani, quando bacia Rachel tiene con signorile distacco una mano in tasca, vive in un penthouse mezzo vuoto, le tavole e i vassoi sono apparecchiati con poche stoviglie dal design netto, senza alcuna concessione al decorativo.

Del resto tutti i protagonisti mangiano poco o niente, troppo impegnati a vivere crisi esistenziali modernissime e a inseguire il proprio doppio. Perché di questo è fatto il film, della complementarità che ci perseguita, per cui anche se non siamo scissi noi, la vita si incarica di farci trovare sulla nostra strada l’altro destinato a completarci (e a rispecchiarci).

E l’altro è, con inquietante precisione, un freak.

Adesso fate mente locale e cercate di ricordare ciò che diciamo dei freak quando parliamo di Diane Arbus (1923-1971) e delle sue dolentissime foto ad essi dedicate: il freak è colui che ha già subìto il trauma. E siccome almeno un trauma lo abbiamo subìto tutti, siamo tutti freak.

Il cinema, come dice il nostro amico filosofo Ollivier Pourriol, è un’arte astratta, che ci presenta casi limite, vale a dire delle idee, così come la geometria pensa per figure astratte, il cerchio, il triangolo, il quadrato. E in The Dark Knight sono tutti casi limite, il protagonista del titolo lacerato fra due vite, il maggiordomo Alfred che ha rinunciato ad averne anche una sola, il conflittuale Lieutenant Gordon, il gadget man Lucius Fox, Rachel che naviga fra due amori, l’onesto procuratore generale Harvey Dent che, sotto il peso del trauma si trasforma nel disturbato Two Face, un personaggio ricorrente nel cinema, qui con caratteristiche più allarmanti del solito: un uomo che ha davvero due facce, una delle quali degna di un autentico zombie (mi viene in mente una possibilità di contaminazione fra lo Zombie e il Bat Day, darò notizie in proposito).

E poi c’è lui, The Joker, l’elemento che trasforma un film di supereroi in una complessa vicenda stilistica e psicologica. Un punk paranoico che indossa sempre i guanti e un magnifico abito viola che, fate bene attenzione, non è un costume da clown ma un capo haute couture, certo con l’interno carico di bombe, ma sempre di eleganza e portabilità assolute. The Joker non è una caricatura, Chris Nolan non voleva caricature nel suo film, né ammiccamenti o sbirciate di complicità nei confronti del pubblico. La solitudine metropolitana dei suoi personaggi è radicale e incurabile e l’unico che tiene famiglia, il Lieutenant Gordon, si deve fingere morto per evitare ritorsioni, probabile anche che rimpianga la vita da single che deve aver condotto prima di mettere su casa con una moglie che vira continuamente verso il patetico. Ma torniamo al nostro Joker (’La follia è come la gravità: basta una piccola spinta’). Non ha passato, le sue impronte digitali non corrispondono a niente, denuncia, a seconda del mood, un padre alcolista e violento o una compagna bellissima e dedita al gioco d’azzardo che lo ha abbandonato, quando viene catturato trovano nelle sue tasche lanugine (ma lui ’non’ è ’sporco’, lui lo mettiamo fra i ’puliti’ perché ha una sua cristallina logica intellettuale che lo protegge dal sudiciume del mondo) e molti coltelli, uno dei quali, quello che impugna più volentieri, viene deposto controvoglia e per ultimo sul tavolo in un’inquadratura di rigore e nitidezza narrativa.

Ha gusti semplici, gli piacciono la dinamite, la polvere da sparo e la benzina perché costano poco, si considera un agente del caos, un cane che abbaia alle macchine che passano, si risolve nell’azione, non fa piani (una specie di filosofo del carpe diem, dunque), brucia una montagna di denaro in un gesto anarchico e aristocratico e usa il cellulare in modo molto più educato della metà delle persone che conosco, costantemente attaccate all’aggeggio anche al ristorante, sempre pronte a interrompere la conversazione qua per iniziarne altre dieci là; no, The Joker telefona solamente per minacciare sciagure colossali (che, quasi sempre, trovano attuazione) e, subito dopo, per far brillare l’esplosivo. La sua vita è uno scoppiettante susseguirsi di manifestazioni violente della sua presenza al mondo. Impossibile ignorarlo. Appare sempre truccato, un’ode continua a Baudelaire cui il maquillage piaceva parecchio, il pancake bianco sul volto, gli occhi orlati di nero, il ghigno dipinto a sottolineare le cicatrici che si è procurato in modi diversi e diversamente riferiti, i capelli lunghi e madidi di sudore a indicare un’esistenza sempre in movimento, irrequieta, certamente singolare, in una parola alternativa.

Heath Ledger (1979-2008), l’attore australiano che interpreta The Joker, sarebbe stato comunque memorabile.

Poi ci è è messa anche la sua morte prematura e dovuta a un cocktail micidiale (ed esplosivo) di farmaci: ansiolitici, Valium e Xanax; antinfiammatorio, Ibuprofen; antidolorifico, OxyContin; sonniferi, Restoril e Unisom.

E il mito, già sbocciato, è fiorito in un rigoglio nel quale si mescolano la giovinezza, il talento e l’ultimo spettacolo.
Un mese intero trascorso da solo in una stanza d’albergo studiando film e libri horror, un diario nel quale sono annotati i pensieri e i sentimenti del personaggio, che aveva, dunque, acquisito una vita autonoma e che guidava il suo interprete sul set, l’altissimo dispendio emotivo, che si vede tutto e tutto intero, due sole ore di sonno a notte, un disordine del corpo e della mente dal quale è scaturita una performance intensa ed estrema della quale sembra farsi carico, nonostante la dirompente fisicità, soprattutto la voce.

Ledger la usa con citazioni (James Cagney, Marlon Brando, Sid Vicious) e variazioni continue, in una recitazione dal disegno classico ed esemplare; il doppiaggio italiano di Adriano Giannini fa il contrario di quello che accade di solito da noi, dove la tradizione nobilita volentieri il testo originale, lo snatura nel senso di una regolarizzazione e di una ripulitura. Questa volta, invece, The Joker è stato sporcato, abbondano le schioccate di lingua rispetto all’originale, più contenuto, misurato, con meno sbavature e più suggerimenti che lasciano spazio di azione alla nostra fantasia (ma il lavoro fatto, devo ammetterlo nonostante la mia insofferenza per il doppiaggio, è accurato, anche la doppia voce di Batman/Mr Wayne di Christian Bale si sente che è stata oggetto di attenzione). 

Gotham City, una Chicago tutta lucida e nera reimpiegata per l’occasione, conta 30 milioni di abitanti. E Hong Kong, dove l’azione si trasferisce brevemente, ne ha nella realtà 6.700.000. Una bella porzione di mondo, infinite possibilità teoriche di relazione, incontri, opportunità.

Niente da fare.

The Joker cammina da solo sul margine della sua esistenza ed entra in contatto autentico solo con Batman e solo per metterlo davanti all’evidenza di essere anche lui un freak.

Vi trascrivo alcune riflessioni del regista Olivier Assayas a proposito dei suoi film: ’La ricerca di una cornice alla quale ciascuno possa accedere facilmente, ma in seno alla quale esiste uno spazio determinato per l’astrazione che è anche quello della sperimentazione. Mi riferisco all’industria: una strategia fondata sulla leggerezza, l’autonomia, la rapidità di movimento, in breve, sull’imprevedibilità. Accamparsi al margine per intervenire puntualmente al centro.’ (O. Assayas, La musique de Brian Eno pose des questions de cinéma, 'Cahiers du Cinéma', settembre 2004).

Interessante, trovare presso uno dei cineasti più originali e indipendenti dei nostri tempi un manifesto teorico che si attaglia perfettamente al Joker, che impiega termini quali ’astrazione, sperimentazione, leggerezza, autonomia, rapidità di movimento, imprevedibilità’, che stanno bene a lui ma che calzano a pennello anche all’arte, soprattutto a quella d’avanguardia, sempre ispirata alla guerriglia.

E mettiamo, allora, anche The Joker nel nostro piccolo esercito di guerrieri metropolitani, anime notturne e solitarie che si accendono alla luce artificiale dei riflettori e che con artificio (in questo caso anche da artificiere) vivono, il volto truccato perché l’anima sia protetta e, quindi, salva, cioè inafferrabile come deve essere un’anima che si rispetti, volatile e restìa all’incontro socializzante eppure sempre alla ricerca del suo complemento, del suo doppio, dello specchio nel quale guardarsi per compiacersi di sé, del proprio mito e della propria leggenda.

Heath Ledger e Christian Bale, The Dark Knight, Christopher Nolan, 2008