49 Nuvole in viaggio

Una volta ho chiesto a un tipo che insegnava filosofia al liceo quanto guadagnava. Lo consideravo un collega, visto che io insegno storia dell’arte all’Accademia e, tecnicamente, dovremmo funzionare come il medico di base che definisce collega l’altro medico che sta, per esempio, al Policlinico. Il filosofo dapprima si adombrò, poi si rifiutò di rispondere e infine chiarì che lui affrontava gli argomenti a seconda delle competenze del suo interlocutore, per cui parlava di denaro solo con il suo commercialista. Mi affrettai a scusarmi per l’indelicatezza, che peraltro continua a non sembrarmi tale, però, si sa, il tema ’denaro’ da noi è sensibile e bisogna andarci cauti (sto seriamente pensando, alla fine di Opera Soap, di attaccare Opera Money perché i comportamenti umani rispetto al denaro sono talmente sballati e irrazionali da meritare che ci si soffermi sopra. Intanto potremmo dedicare una puntata allo ’Sporco denaro’, rimanete in ascolto).

Dopo essermi scusata, per dissolvere l’imbarazzo che si era creato presi al volo l’altro capo del discorso e chiesi di approfondirlo. Il sistema, mi spiegò, si articolava così: dopo aver parlato di denaro con il commercialista, si andava a parlare di salute con il medico. Entusiasta, detti una mano a trovare altri destinatari di altri argomenti: con il marito si parla di casa, figli, animali (se conviventi), famiglia; con l’amante di sesso; con l’amico di amicizia; con gli artisti di arte; con il signor Carlo del primo piano di questioni condominiali; con il macellaio della mucca pazza; con il fioraio di spine (rose ma anche Succulente); con l’agente di viaggio di stelle (di hotel); con la cassiera del supermercato di prendi 3; con il tappezziere di materassi; con la titolare della boutique di cachemire; con il fotografo (e con l’elettricista) di luce eccetera.

Fu così che tentai di limitare il campo di conversazione con la colf ai soli argomenti relativi alle pulizie della casa, evitando: i figli; i vicini acusticamente invadenti; le malattie, anche della cugina di campagna; le avances dei corteggiatori; i metodi e la durata della depilazione; la cervicale; la dieta; gli integratori; la parrocchia; i fatti privati delle presentatrici televisive; il radiatore probabilmente bucato della macchina. Davanti a me si aprì un orizzonte vasto ma ben delimitato in cui i discorsi sarebbero stati tutti finalizzati a migliorare l’ambiente nel quale vivevo, testare l’efficacia dei detersivi, individuare il verso delle lenzuola prima della stiratura, determinare lo schieramento della mia collezione di vetri nell’armadio del soggiorno e stabilire i turni di esposizione, definire un ruolino rigido ma non insensato dei tempi di lavaggio delle finestre, evitando così l’accanimento nei mesi di pioggia, che vanificano ogni passata di Cif liquido e approfittando del bello stabile estivo per ammirare il panorama metropolitano senza cortine di nebbia. Inutile dire che il mio tentativo fallì miseramente e che una discesa di rafting in Colorado avrebbe incontrato meno ostacoli. La parrocchia popola ancora le mie conversazioni con la colf.

Ma, nonostante ciò, con la tenacia della goccia che alla fine scava la pietra e la grinta del Legionario (straniero), del quale metto metaforicamente in testa il basco verde con pennacchietto, oriento i discorsi miei con la colf su un tema che mi sta molto a cuore: la pulizia dei libri. Non so i vostri, ma i miei libri sono sempre impolverati. Gli unici puliti sono quelli che utilizzo di continuo, tutti gli altri, passati con la carta cucina bianca in punti nevralgici, denunciano incuria. Ho dato istruzioni di tutti i generi: aspirapolvere con accessori, il ’ficcanaso’ e poi la spazzola, il piumino da spolvero, la spugna ben strizzata per le copertine che sopportano un po’ di umido. Ora, il fatto è che io so benissimo come si dovrebbero pulire i libri perché l’ho  visto fare una volta che, da ragazza, andai da un’amica ispettore all’Istituto Centrale per il Restauro a prendere in prestito l’Enciclopedia dell’Arte per delle fotocopie e la trovai alle prese con la pulizia annuale della sua libreria. Stava arrampicata sulla scala con la colf, tutte e due con grazioso foularino a prudente protezione della messa in piega, una toglieva ’un’ libro dallo scaffale e l’altra lo apriva, lo sbatteva con delicatezza e poi con l’apposita spazzola spolverava le pagine ’una ad una’, dedicando una cura particolare alla costola e alle sue incollature.

Sulla faccia di Psiche, davanti alla prova della cernita del cereali, si dovette stampare un’espressione analoga alla mia. Lei, almeno, fu soccorsa dalle formiche, le due signore davanti a me, invece, avrebbero fatto tutto da sole, un’impresa che, a confronto, la decorazione della Cappella Sistina con Michelangelo con la candela in testa che, titanicamente, si butta in solitudine su volta e lunette, sembrava aver finalmente trovato un termine di paragone. Presi il volumone dell’Enciclopedia dell’Arte, andai a fare le fotocopie che mi servivano, suonai nuovamente il campanello, le rividi che avevano finito il volume precedente e avevano attaccato il successivo, ringraziai e augurai loro buon lavoro. Non so se Umberto Eco, che dichiara il possesso domestico di 30.000 volumi, pulisca i suoi libri in questo modo. Io, che ne ho qualcuno di meno, no. Non ho mai trovato il coraggio di prenderli uno ad uno, subito dopo questo pensiero mi viene quello dell’incendio della Biblioteca di Alessandria, secondo me appiccato da una colf alla quale era stato chiesto di procedere alla pulitura annuale ed è questa seconda visione a prevalere. In passato raccomandavo che i libri fossero ’almeno’ spostati e puliti a gruppi ma i danni erano pittoreschi, ordine alfabetico scombinato, testi capovolti e libri piccini che diventavano invisibili perché andavano a infilarsi in quelli più grandi (questo è uno di quei casi in cui proprio non si può delegare). Ora sono venuta a più miti consigli e provvedo personalmente solo alla spolveratura (con spazzola, a gruppi di pagine, mai e poi mai una pagina per volta) dei miei volumi di decorazione e dei miei fumetti, praticamente i miei gioielli (da me i cataloghi d’arte non sono libri preziosi da tenere sulla coffee table, a meno che non si intenda per coffee table il tavolo della cucina dove si fa colazione perché in quel caso sì che stanno lì sopra e succede pure che qualcuno ci prenda il caffè su, come la sera accade che ci si ceni accanto, dando loro un’affabile spintarella per toglierseli dai piedi, almeno provvisoriamente).

E veniamo ora al tema di questa puntata di Opera Soap, annunciato nel titolo: i fumetti, o meglio, lo stato di pulizia in cui sono tenuti i fumetti nelle librerie romane.

Come sapete (v. puntata n° 47 Ferragosto Blues) si è acceso il fuoco fra me e i manga. Sono una persona seria e quando faccio una cosa mi piace farla, come diceva mia madre  a proposito di come si dovevano fare le cose serie, con tutti i sentimenti. E con tutti i sentimenti mi sono messa alla caccia di manga. Siti internet, telefonate, autori che sto imparando a conoscere. Con il verso di lettura va decisamente meglio perché sto leggendo quasi solo manga. (Confesso però che si sono presentati problemi con un Maigret perchè cercavo di cominciare dalla fine ed era, appunto, comparso il nome di quello che aveva fatto a pezzi l’uomo un braccio del quale era stato trovato all’inizio nel canal Saint-Martin. Forse non mi regge il cervello, come ebbe a dire cavallerescamente Liam Gallagher degli Oasis di una delle Spice Girls: per la, al tempo, signorina, era impossibile fare due cose contemporaneamente, per cui se masticava una gomma americana non riusciva a camminare e viceversa. Vorrei vedere tutti e due, Oasis Boy e Spice Girl, alle prese prima con un manga e poi con Maigret, vorrei proprio vedere se regge loro il cervello). Ho passato al setaccio le mie librerie consuete, tutte le sedi della Feltrinelli, la Librairie Française (i francesi vanno forte anche con la traduzione di manga, c’è uno straordinario festival ad Angouleme dal quale, mi pare di capire, passano tutti e prima che da noi www.bdangouleme.com), una Mondadori. Ho messo insieme un trésor de guerre polverosissimo; sì, perché le librerie, i professionisti dei libri, hanno i nostri medesimi problemi, polvere dappertutto, strisce nere sulle pagine, scaffali che a vederli viene lo sconforto, ordine scombinato, mani sporche e magliette (fra un po’, in autunno, diventeranno maglie) da cambiare almeno due volte al giorno. Evidentemente non sanno come si fa, non hanno contatti con ispettori del Restauro né spazzole a disposizione, oppure ritengono che vendere libri puliti sia un aspetto secondario del commercio. Ogni tanto in libreria faccio la battuta della polvere di casa mia che mi basta e mi avanza ma serve a poco, l’impressione è di trovarsi davanti a 20 Eco-biblioteche da tenere in ordine e pure senza formiche, è uno di quei fatti tipo i passaggi pedonali a Napoli, nessuno può farci niente, i libri si comprano impolverati e le automobili non si fermano, neppure quelle della Municipale (ho fatto di recente un esperimento antropologico e solo un salto all’indietro mi ha salvata dall’investimento), meglio rassegnarsi, provvedere una volta arrivati a casa alla pulizia e aspettare che il flusso del traffico si interrompa spontaneamente per 20 secondi.

Ma nei miei giri alla ricerca dei manga (alcuni sono a puntate e volumi, praticamente sono entrata in uno stato di dipendenza) un posto meglio custodito l’ho trovato: la Fumetteria. Leggo fumetti da sempre, da ragazzina ero indecisa se scappare con Nembo Kid o con Batman (Batman era più dark, quindi più sexy), ho dedicato a Guido Crepax la mia tesi di Perfezionamento e faccio vedere al mio parrucchiere come modello i capelli en pétard delle eroine di Enki Bilal. Ma non ero mai entrata in una fumetteria, pensavo fossero luoghi per adolescenti sbiellati e invece no, si varca la soglia e si entra in un film e, come sempre davanti a un film, tutto ciò che avviene sullo schermo diventa metafora e rappresentazione astratta della nostra vita. Mi sono dovuta fermare, siderata, davanti all’ordine geometrico degli scaffali, metri e metri di album perfettamente allineati, tutto sotto controllo del gentile titolare e dei due ciccioni che stavano ai computer, uno dei quali si è alzato per andarmi a prendere tutti gli 11 (11!) volumi di Happy Mania di Moyoco Anno (ne ho acquistati solo 2 perché volevo riservarmi il piacere di ritornare e perché avevo già raggiunto una cifra cospicua con altri autori) e poi il dettaglio che fa la differenza: le buste di cellophane. Sì, perché il fumetto ha anche, come ben sa il collezionista, la sua busta, talvolta autoadesiva, definita dal formato con delle indicazioni quasi letterarie: c’è la Benelli, dal nome dell’editore Sergio Benelli, quello di Dylan Dog, e la Benelli Maxi, si vendono in pacchi da 100 e alcuni dei volumi della fumetteria ce l’hanno già in dotazione. Provate a pensare: andate da Feltrinelli a comprarvi un libro di giardinaggio e lo trovate nello scaffale protetto dalla sua bella busta di cellophane, ve lo confezionano pure, lo pagate, vi fanno lo scontrino, ve lo portate via e siete i primi a toccarlo. Quando l’aprite è anche ’pulito’. Ci volevano i manga a suggerircelo.

Del resto anche Roland Barthes quando parla di Giappone (rileggete L’Impero dei segni, 1970) cita i pacchetti, con l’involucro spesso ripetuto in modo che non si finisce più di disfarli, talmente belli che ’è la scatola l’oggetto del regalo, non quello che contiene’. Dice che la sua esperienza giapponese si è limitata a problemi di ’art de vivre’: acqua, cibo, il Pachinko (praticamente una macchina a soldi), il centro delle città, gli indirizzi, la stazione, come abbiamo visto i pacchetti, la scrittura, l’haïku, la cartoleria, la palpebra. Barthes non ha conosciuto i manga, almeno nel senso moderno del termine (il loro inventore  è considerato Hokusai, 1760-1849), sono certa però che gli sarebbero piaciuti e che ad essi avrebbe dedicato pagine raffinate e singolari. Avrebbe certamente dato un senso anche alla polvere dei libri, l’avrebbe ridotta a segno trovandone il significato, quando c’è toglie vitalità, quando l’abbiamo eliminata è come se avessimo scoperto noi ciò che stava sotto, trasformandoci tutti in Indiana Jones alla ricerca dell’ultima puntata del nostro manga preferito.

Non ricordo se la mia amica sulla scala amasse i fumetti, ma era una donna molto intelligente per cui è probabile che non fosse chiusa a questa esperienza. Davanti ai miei occhi, in questa domenica di fine agosto con ancora tutti in vacanza, si è formata l’immagine quasi esilarante del serio Ispettore del Restauro che passa alla colf, con la medesima solennità di un testo di Aby Warburg, un manga e della colf che, con espressione raccolta e compunta, solennemente apre una ad una le pagine e le spazzola senza rispettare, però, il senso di lettura, rimanendo così all’esterno della narrazione, non coinvolta dalla trama, perplessa davanti a una successione di scene al rovescio, dotata, in compenso, di un argomento in più di conversazione, quello della stranezza degli storici dell’arte, che passano da immagine a immagine senza riguardo né per l’alto e il basso né per la destra e la sinistra, rispettosi solo dei suggerimenti dei filosofi e disposti, dunque, a parlare di fumetti solo in fumetteria e solo con il titolare gentile e con i ciccioni al computer, davanti al bancone con la pila dei rimanenti 9 (9!) volumi di Happy Mania della mitica Moyoco Anno, tutti ordinati, sotto cellophane, puliti.    

Hokusai, Ragazzo che guarda il monte Fuji, 1830

Moyoco Anno, Happy Mania, 11 volumi, 1996-2006

Moyoco Anno (Tokyo 1971)