55 Un angolo di paradiso

In quest’ultima domenica dell’agosto 2008, con un sole ancora implacabile in cielo, ci mettiamo tutti in un angolino e da lì guardiamo il mondo.

Ormai avete imparato a riconoscere qualcuno degli abitanti del mio pantheon. Oggi vi presento la triade più solida, quella composta da tre grandi signore, tutte francesi (probabile che non sia un caso), che hanno per me carattere di ’référence’ assoluta. Metto nelle parentesi la loro professione, però prendetela come il mio garagista dice che si devono fare le manovre, alla lunga e alla larga, perché ogni definizione sta loro stretta e, frequentandole, lo si capisce facilmente. In ordine cronologico: Charlotte Perriand (1903-1999, architetto d’interni; l’abbiamo già intravista attraverso una citazione proprio all’inizio di Opera Soap); Simone de Beauvoir (1908-1986, scrittrice); Andrée Putman (1925, designer, anzi: Grande Dame du Design Français). Ho incontrato le tre mesdames in età adulta: ho, così, il dispiacere di non averle avute accanto negli anni iniziali della formazione e il piacere di godermele in lucidità e esperienza. Tutte e tre donne di talento, intelligenza e carnalità, sono state (Andrée lo è ancora) protagoniste di un secolo in cui tutto è successo e tutto a una velocità che dà le vertigini. Oggi ci faremo tenere compagnia da una di loro, le altre due vi prometto che le ritroveremo presto.

Dunque, cominciamo. Nell’estate del 2004 decisi che era il caso di andare a bere un buon bicchiere di Bordeaux sul posto. C’era, al Musée des Beaux-Arts, un dipinto che volevo assolutamente vedere, il Rolla di Henri Gervex (1878) che raccontava la storia bollente (ricavata da Alfred de Musset, 1833) di Rolla che aveva speso i suoi ultimi denari per passare una notte con la bellissima Marion e che al sorgere del sole, mentre lei giace nuda e sfinita in un letto che è diventato un campo di battaglia, le rivolge un ultimo sguardo prima di suicidarsi. Capite bene che l’attrazione, di Rolla per Marion e mia per tutti e due, era fatale. C’era, inoltre, in città, il CAPC Musée d’Art Contemporain, un deposito di derrate coloniali in pietra costruito nel 1824, di 15.000 mq di ampiezza che Andrée Putman aveva contribuito a ripristinare. Ora, quando lei tocca qualcosa, questo qualcosa diventa come per incanto moderno. Vi suggerisco di dare un’occhiata alla sua decorazione (impariamo finalmente questo termine, per niente riferito alle palle di Natale) dell’ufficio di Jack Lang quando, nel 1985, era ministro della Cultura. Senza farsi demoralizzare dalle boiseries dorate e dai lampadari con le lampadine a goccia, Andrée è intervenuta a modo suo: una scrivania, alcune poltrone, un corridoio che ha potuto vuotare e arredare come le pareva, alcune lampade da terra. Il risultato fa piangere (di ammirazione e di invidia), la contemporaneità che si innesta sulla tradizione, dialoga, rinnova, il tutto nell’assoluto rispetto del luogo. Lascio stare qui Jack Lang che, lo ricordo, fu il più grande sostenitore dell’intervento con le colonne di Daniel Buren a Palais Royal (Les Deux Plateaux, 1985), il mio posto preferito a Parigi, e che ancora oggi che non è più ministro è una delle personalità più autorevoli di Francia in fatto di cultura contemporanea, perché se ci penso mi viene lo spleen e la puntata finisce qui. Qualcosa mi dice che lui l’arte contemporanea l’apprezza, la promuove, la sostiene e che qui da noi il suo omologo la pensa in un altro modo.

Una mattina, allora, mentre sono a Bordeaux, parcheggio la macchina accanto al CAPC, prendo fiato perché sono emozionatissima e entro.

Mi accoglie il luogo più piranesiano che ci sia sulla faccia della terra, spazi enormi e neri come l’anima del grande incisore veneto si aprono davanti a me, tutti nettamente, lucidamente, elegantemente ripensati da questa donna che, per niente intimidita, stavolta, dal respiro immenso del posto, ha segnato dei percorsi attraverso la messa in opera di luci, lampade, bacheche. Molte leggende sono fiorite intorno alla commissione affidata ad Andrée Putman da Jean-Louis Froment, responsabile di quello che stava diventando il CAPC: che lei abbia fiutato l’odore delle spezie, che le porte esterne blu, il suo colore ’fétiche’, l’abbiano convinta della necessità di accettare l’incarico (è una che crede nei segni, se ci crede lei dobbiamo crederci anche noi), che l’ampiezza del luogo abbia risvegliato in lei la memoria delle estati che era solita trascorrere all’Abbazia di Fontenay (avete letto bene. Era proprietà di famiglia). Il suo lavoro si andò ’a situare nella trascendenza di ciò che è obbligato’, lei espresse il suo ’stato dello spirito molto astratto’, lei, in una parola, fu la prima designer a mettere le mani su un museo per rinnovarlo e ce le mise in modo tale da farlo diventare uno dei più affascinanti luoghi di esposizione del contemporaneo del nostro tempo. E il CAPC, per lei, fu la prima esperienza in questo senso.

Molti segni, dunque, e tutti molto magici, impegnativi, stimolanti.

Al punto che mi venne una gran fame e decisi di salire al ristorante. Anche qui Andrée era intervenuta. Pranzai su una terrazza stretta e battuta dal vento, avvolta da una poltrona dall’immenso schienale, con intorno panchine che erano un omaggio all’asiatismo di Margherite Duras e nel piatto di immacolata porcellana un tris di formaggi dei Pirenei accompagnati da una marmellata di ciliegie nere. Come contorno un’insalata la cui delicatezza avrebbe incontrato il gusto di Venere in persona (vi va di fare con me il giochino del ’che cosa mangiano gli dei’? Proviamo. Allora: Venere, insalata del CAPC; Atena, l’intellettuale che sta sicuramente al computer dalla mattina alla sera, quasi una no life, pizza fredda; Giunone, bucatini all’amatriciana; Diana, cacciagione; Vulcano, crêpes Suzette; Mercurio, un hamburgher al fast food; Marte, un barattolo di SPAM, la carne in scatola dei soldati americani, così impara a fare la guerra e non l’amore; Saturno, i propri figli. Vi prego di ampliare il menu, se la cosa vi diverte).

Rinfrancata dall’eleganza dell’ambiente e dalla bontà del cibo (occhio alla sua radicale semplicità, niente era passato per i fornelli. Un esempio perfetto di come dovrebbe essere, secondo me, il nutrimento: minimale e di qualità assoluta), tornai nelle sale gigantesche riservate alle esposizioni, nelle quali il décor (ecco il senso di ciò che non è una palla di Natale) era stato tenuto in uno stato vicino all’assenza perché le opere fossero il più possibile esaltate.

Guardai tutto, religiosamente, professionalmente, in preda a un’ammirazione incontenibile: una serie di allestimenti non tronfi, non ufficiali, non clamorosi, tutti grondanti inventiva e intelligenza.

La cosa che più mi piacque fu una mostra piccina dedicata agli angoli. Il titolo era ’A Angles vifs’. Appresi, così, che le avanguardie dell’inizio del XX secolo e altri artisti che le avevano seguite avevano esplorato uno spazio di creazione ben particolare, al quale le epoche precedenti avevano dato poca importanza: l’angolo. Beuys, Flavin, Matta-Clark, Morris, Sandback, Gober, Stratmann e tanti altri artisti si erano messi, come stiamo noi adesso, in un angolo e avevano riflettuto su uno spazio difficile da gestire, che obbligava a un ripensamento dell’allestimento dell’opera e che anche la lingua indicava come sensibile.

Si mangia su un angolo della tavola; si punisce un bambino mettendolo in un angolo; ci si scalda all’angolo di un camino; ci si vede al bar all’angolo; si fa un picnic in un angolo tranquillo; c’è un angolo di Parigi che prediligo; ti ho cercato ai quattro angoli del mondo; vedo un angolo di cielo blu; l’angolo del bricolage ai grandi magazzini; l’angolo del filatelico sul quotidiano; ci si nasconde in un angolo; si cucina nell’angolo cottura; conservo un ricordo di te in un angolo della mia memoria. In francese ’sourire en coin’ indica ironia e ’regarder du coin de l’oeil’ significa sorvegliare di nascosto; c’è il ’jeu des quatres coins’ che giochiamo anche noi, solo che i nostri sono cantoni; quando una persona ha un aspetto inquietante si dice che non la si vorrebbe incontrare ’au coin d’un bois’; anche da noi le cose banali si trovano a ogni angolo di strada; da loro Charles Aznavour in una notissima canzone si mette ’dans un coin’ e non ’tra di voi’ come ci hanno fatto credere (anche lui, come Carla Bruni, ha dovuto risolvere problemi di metrica) e il ’petit coin’ è il gabinetto. In inglese c’è ’corner’ (che abbiamo incontrato alla puntata 52 God is in Details) ma c’è anche ’angle’, che significa ’punto di vista’, me ne sono accorta stamattina (un segno!) prendendo in mano Tender is the Night di Francis Scott Fitzgerald (vi ricordo che il titolo, bellissimo, cita un verso dell’Ode to a Nightingale di Keats): ’Il punto di vista di Rosemary’, tradotto da Fernanda Pivano per Einaudi nel 1949, è nel mio Penguin ’Rosemary’s Angle’.

C’è materiale per rifletterci sopra per tutto l’autunno.

E questo vi invito a fare, insieme all’ispezione degli angoli della vostra casa: controllate lo stato di manutenzione (occorre un’attrezzatura speciale, tipo il ficcanaso obliquo dell’aspirapolvere), vedete se sono occupati da un’étagère di forma, giustamente, triangolare oppure se li avete lasciati vuoti e perché (da me, mi sono resa conto, non pochi angoli sono impegnati: da un’orchidea, da due sgabelli, una poltroncina, il carrello della frutta, la bilancia).

E fatemi sapere se vi erano venuti in mente tutti questi usi dell’angolo (a me, prima del CAPC, assolutamente no) o se, invece, è stata ancora una volta l’arte a aprirvi gli occhi, a un’estremità dei quali è certamente spuntata una lacrima di commozione davanti alla presenza di una donna come Andrée Putman in un pantheon che volentieri vi invito a visitare e a dividere con me, a patto, però, che lo teniate pulito, anche nei recessi negletti e nei punti difficili, insomma in tutti i suoi angoli.

Henri Gervex, Rolla, 1878

Andrée Putman www.andreeputman.fr

CAPC Bordeaux (Robert Morris, Steam, 1995) www.bordeaux.fr