62 Glasnost

Sono stata tre giorni a Firenze in sopralluogo. Come sta la città? Male, grazie. Migliaia di turisti ancora in mutande e ciabatte l'aggrediscono e girano leccando coni gelato, l'audace risistemazione del Museo dell'Opera del Duomo è contraddetta dai cartellini sotto le sculture, volentieri scritti a mano, un traffico infernale di autobus, scooter, macchine e biciclette si stipa nelle strade gioiello del centro storico, negozi infami hanno preso il posto di botteghe che da sole valevano il viaggio, la Venere di Botticelli, di bellezza così malinconica e struggente, sta dappertutto, trasformata in magnete, segnalibro, su un verso della pianta della città. Poi però la gentilezza dell'accoglienza in albergo, la bontà del cibo e del vino, lo strazio potentissimo della Maddalena di Donatello (sto pensando di utilizzarla per la locandina del mio Zombie Day, la faccia scarnificata, i denti sconnessi, quel corpo tutto fremente di dolore e di ricordi raccontano così bene lo splendore passato e il vuoto siderale del presente, ancora bellissime la mani e rotondi i muscoli delle braccia, a conferma della carne che ha goduto e che, proprio perché carne, soffre), il minimalismo meditativo del Beato Angelico, la forza di Masaccio al Carmine che ti investe come un'onda gigantesca e solidificata, le coltellerie frequenti, sintomo di un carattere che non demorde, e qualche luogo inatteso in cui ancora si rammenda e si fa il plissé soleil, ecco queste e altre cose piccole e grandi fanno pensare che Firenze sia quella di sempre, o meglio, quella di prima, quando le serate al Teatro Comunale erano coronate dalle visite d'arte e ritornavo pure con un vetro anni '50 che diventava, una volta a casa, un talismano.

E poi agli Uffizi ho scoperto una professione nuova: quella del pulitore di vetri.

Niente a che vedere con l'esercizio del potere dell'eminente conservatore del Louvre di cui abbiamo riferito alla puntata n° 24 Mal comune... (ricordate? Pierre Verlet, massimo specialista del mobile del XVIII secolo, che si faceva fotografare mentre, spugna alla mano, puliva le finestre delle sue sale). Questi vetri qui sono quelli fissati alle staffe piantate nel muro che stanno sopra e sotto i dipinti. Davanti ad essi sono rimasta interdetta per la barbarie dell'operazione e del risultato.

Lastre nemmeno sempre antiriflesso si frappongono fra il visitatore e l'opera. Fanno pensare ai proprietari della Seicento che negli anni '60 non toglievano la plastica dai sedili per non rovinarli e (ma questo è un mio ricordo personale) a un librario di Carrara, dove ho insegnato un anno, che teneva tutti i libri sotto cellophane, non come nelle fumetterie, dove la bustina si mette e si toglie con naturalezza, ma come colui che non ti vuole nel suo negozio perché gli toccheresti la merce. Questo libraio mi esasperava e rendeva ancora più lunghe le mie giornate che, dopo la chiusura dell'Accademia, alle cinque del pomeriggio, mi stavano davanti come cose informi nelle quali non sapevo che mettere, disorientata dalla mancanza di un posto dove stare, tristissimo l'albergo, nessun caffè dove appoggiarmi fino alla pur precoce ora di cena, niente da fare e da vedere, e in più quella libreria sotto vuoto e la tetraggine delle montagne intorno. Che diamine faceva Michelangelo la sera, dopo che era salito in cava a scegliere i marmi? Una mia amica suggeriva che si desse a passatempi illeciti appena smontato dal lavoro ma più mi guardavo intorno meno capivo con chi potesse essersi intrattenuto ai suoi tempi il divino Angel, qualche attraente eredità, se presente, avrei dovuto coglierla in un discendente di garzone e invece niente, nemmeno su quel fronte.

Ma torniamo al pulitore di vetri degli Uffizi. L'ho conosciuto nella persona di una signora piccola e gentile, chiaramente fuori luogo nelle sale perché girava armata di piumino e straccio da spolvero. Si guardava intorno e, se c'era bisogno (cioè, di continuo), passava il cencio sul vetro della Madonna del Solletico di Masaccio, della Sant'Anna Metterza che sempre lui ha dipinto con Masolino, della Pala di Santa Lucia de' Magnoli di Domenico Veneziano. Devo chiarire che non usava il Cif liquido (provate a pensare all'effetto di una spruzzata mal diretta che investe, fuoriuscendo dal bordo della lastra di protezione, la tavola preziosissima), per cui i risultati lasciavano un po' a desiderare. Però lei ce la metteva tutta e dava una caccia spietata all'alone, alla macchia, all'impronta digitale.

Ho fatto studi severi e forse disperati, se non del tutto matti, e ricordo molto bene, all'Università, un giovane Augusto Gentili, uno degli studiosi più seri e preparati che abbia incontrato sul mio cammino, allora assistente di Giulio Carlo Argan, con il quale non feci esami solo perché, al suo arrivo, li avevo già terminati, ma che seguivo con attenzione e simpatia nei seminari e ai convegni. Lui ripeteva che parlava solo delle opere che aveva visto di persona, su quelle che conosceva esclusivamente in foto manteneva un riserbo scientifico coraggioso e radicale. Su quelle, poi, che aveva visto di persona ma che stavano sotto vetro, esprimeva pareri quanto mai cauti e morbidi. Lui che era uno infuocato e durissimo che, con il suo ardore, aveva fatto innamorare dei suoi veneti tutto l'Istituto, al tempo gelido e formale.

Da ciò si deduce che le opere sotto vetro non ci devono stare. Al loro posto potrebbe essere stata collocata una copia stampata in digitale. E metteteci pure l'illuminazione degli Uffizi, così fioca e incerta. Il gioco è fatto.

Insomma, una visione disperante.

Ho un po' chiacchierato con la signora dello straccio. Riferiva che la decisione era stata presa da chi stava in alto perché migliaia di persone invadevano quelle sale e il rischio dell'urto da incontro troppo ravvicinato era costante, per carità, gli incidenti erano involontari ma il pericolo c'era e avevano preso provvedimenti.

Già avevo pianto tutte le mie lacrime (lì, per l'emozione) davanti alla Presentazione al tempio di Ambrogio: quel suo bambinetto tutto fasciato che agita comunque i piedini e si succhia il dito ha la capacità, come tutte le cose dell'artista senese, di toccare le mie corde più sensibili. Per cui rimasi asciutta. Però tentai di confutare le ragioni di servizio: non c'era un sistema più moderno, dei raggi infrarossi, dei cordoni informatici o reali, qualcosa che potesse difendere i dipinti senza offendere il visitatore, nemmeno nel suo senso della vista? La piccola donna gentile fece come se ci stesse pensando e mi confessò che, quando due giorni prima avevano spostato per manutenzione il vetro di Domenico Veneziano, si era accorta che il dipinto era più bello e che pure i colori erano diversi. 

Conosciamo tutti i problemi dei musei italiani, la disorganizzazione, la croce degli orari, la mancanza di personale e di fondi. Un francese, però, avrebbe già disposto quanto segue: chiudere gli Uffizi per cinque anni, scegliere 40 dei suoi pezzi chiave, impacchettarli e mandarli in tournée in giro per il mondo (l'idea della giapponesina a Tokyo, praticamente una protagonista dei miei manga, con gli occhioni spalancati davanti alla Primavera di Botticelli mi dà un buonumore che sconfina nell'ilarità); con il ricavato (con il moltissimo denaro ricavato, come insegna il Louvre che ha fatto il salto) si mette a norma l'impianto elettrico, si imbiancano le sale, si installa il più sofisticato dei sistemi invisibili di protezione e avanza pure qualche spiccio per i restauri.

(E poi si deve triplicare il prezzo dei biglietti perché non è possibile, ne prendo uno a caso, che l'ingresso agli affreschi di Paolo Uccello al Chiostro Verde costi quanto una pizzetta con le patate del forno Roscioli, quello, per restare in argomento, di via Buonarroti, buona ma probabilmente solo finché è calda).

Sono contraria alla mercificazione dell'arte, figuriamoci. Però qui è à la guerre comme à la guerre e al turista in gelato e mutande bisogna spiegare che l'arte è una cosa seria e complicata e che, davanti ad essa, sarebbe bene presentarsi non dico sull'attenti, ma almeno in pantaloni lunghi.

Per chiudere la conversazione ho chiesto alla signora incaricata di mantenere la trasparenza dell'arte se la emozionava il fatto di ripassare con la pezza Masaccio e non i vetri di casa. 'Ma io ci sono abituata e i dipinti non li vedo più', mi ha risposto. Se è per questo, nemmeno noi, li vediamo, seppur per motivi diversi.

Una situazione, simmetrica e democratica, in cui l'arte diventa quello che mai dovrebbe essere: stranita dall'uso scorretto, distorta e offuscata dagli ostacoli frapposti, invisibile.                  

Donatello, Maddalena, 1453-55

Masaccio, Madonna del Solletico,

Domenico Veneziano, Pala di S. Lucia dei Magnoli, 1445-47