67 La buena educatión

Se non ho capito male, è finita l'epoca dell'educazione domestica delle fanciulle. Oggi bambine e ragazzine imparano scherma, solfeggio, nuoto, equitazione ma non come si tiene una casa. Della casa non si occupa più nessuno, forse anche le colf hanno la colf oppure, più realisticamente, una passata di scopa (spesso nemmeno di aspirapolvere; non vedo mai statistiche sulla quantità e sul tipo di elettrodomestici esistenti nelle abitazioni per cui sospetto la sopravvivenza di usanze medioevali) è ritenuta sufficiente a togliere il grosso e la cosa finisce lì.

Del resto capisco che si possa non avere voglia di tessere una figlia come una tela, come suggerivano invece di fare i manuali di qualche tempo fa, perché l'impresa è continua, faticosa e richiede un progetto alle spalle, tutte caratteristiche che fanno preferire l'impugnatura del fioretto a quella dell'aspirapolvere di cui sopra. Suona anche meglio quando se ne parla in giro.

Alle ragazzine della mia generazione i lavori domestici erano imposti, diventavano oggetto di scambio e di sofisticate contrattazioni, si usciva (per quel poco che si usciva) quando si erano finiti i compiti e quando si erano portati a compimento tutti gli altri doveri femminili.

A me piaceva, insieme a una mia amichetta di scuola dai capelli rossi che abitava vicino, andare in giro 'a fare danni'. Questa era la locuzione che utilizzava la madre della ragazzina, una donna energica, bella e solare che faceva la sarta, per definire tutto ciò che avveniva fuori casa. E, in qualche modo, ci prendeva.

I nostri danni erano riconducibili a due comuni denominatori: 1. i maschi; 2. l'autoscontro. Il punto 1 era rappresentato, al momento, da coetanei della parrocchia del tutto inoffensivi, il 2 da un insediamento di giostre dalle parti del mercato di Trionfale. Il giorno riservato ai danni era il sabato, l'ora era collocata nel pomeriggio. Si conquistava il permesso di uscire, da lei e da me, solo, ed esclusivamente solo, se tutto era stato fatto secondo le regole, dure e chiare, delle genitrici. Dalla mia amica ce n'era anche una tutta particolare: i punti lenti. La madre si alzava alle cinque del mattino, strillava sempre che a casa sua si reggeva tutto su quell'ago, cucinava a ritmo indiavolato dolci che le venivano anche bene e quando stavo dalle sue parti, cioè spesso perché capitava volentieri di stare lì a studiare, mi insegnava che se nel piatto era stato tagliato il limone, quello era sufficiente a pulirlo con una semplice passata di acqua senza l'impiego di detersivo.

E imponeva un'oretta di punti lenti prima dell'agognata doppia ora d'aria.

Stavano da lei ragazzine apprendiste che trattava come figlie, cioè con durezza e senza starci troppo a pensare, e con queste tipette ci toccava condividere il lavoro sul grande tavolo del soggiorno. Cosa che io facevo con qualche degnazione, essendomi da sempre considerata un'intellettuale destinata a ben altri impieghi del mio tempo.

L'altro guaio era la sorellina piccola della ragazzina con i capelli rossi che ci veniva appioppata regolarmente al momento in cui varcavamo la soglia di casa. Si chiamava Sandrina, all'epoca è probabile che non andasse nemmeno a scuola perché facevamo noi la quinta elementare, aveva una magnifica coda di cavallo dorata e tutti ricci che sfuggivano all'elastico che le facevano da corona al viso. E qui stava il suo problema. Sandrina aveva una faccetta deliziosa e molto tonda che, evidentemente, aveva ispirato fin dall'inizio la sorella maggiore. La sua funzione accanto a noi era doppia: sarebbe andata, lei, a passeggio e noi avremmo avuto una palla al piede al momento del fare danni.

La delazione era sottintesa.

Ma essa non ci fu mai perchè la mia amica aveva trovato un metodo infallibile per evitarla: quello delle pezze.

Già sotto al portone trascinava Sandrina come un sacco di patate e, per strada, appena girato l'angolo, cioè fuori dal controllo della finestra, la bloccava con destrezza tenendola per la coda di cavallo (legata alta, praticamente una maniglia). E le mostrava una mano aperta dicendole: 'La vedi questa? Se dici a mamma dove siamo andate io e Rosella, ti do una pezza'. E, perché fosse chiaro il concetto, la pezza gliela dava preventiva. Pioveva non uno ma una serie calcolata di sganascioni, che terminava quando Sandrina faceva segno di sì con la testa, intendendo dire che manco sotto tortura avrebbe rivelato i danni che stavamo per fare. Nemmeno piangeva troppo, l'idea di andare anche lei a maschi e sull'autoscontro le dava una resistenza da martire cristiana davanti al leone.

Racconto queste cose perché allora non c'era il telefono azzurro, quindi l'impunità era totale, e poi la cosa è caduta in prescrizione. Comunque io ero contraria a tanta violenza, secondo me sarebbe stata sufficiente la minaccia iniziale. E poi Sandrina mi stava simpatica, diceva che da grande avrebbe fatto l'ingegnere e mi guardava ammirata perché andavo bene a scuola, contrariamente alla sorella, più incline al vagabondaggio che agli esercizi mentali.

Facevamo danni con puntiglio e gusto, i maschi servivano a impepare l'aria e sull'autoscontro andavamo come i demoni della cavalcata del Faust, il piacere selvaggio della schivata dell'urto frontale all'ultimo secondo era il nocciolo duro dell'azione, riconoscevamo a orecchio le macchinette più veloci e facevamo l'occhio di triglia al ragazzo della baracca perché ci regalasse qualche gettone. Eravamo sempre senza soldi ma indispensabili per l'atmosfera, per cui finiva che le corse offerte erano tante perché senza di noi la pista sarebbe stata un vero mortorio.

(Sono sicura che il mal di schiena di cui ho sofferto per anni, invalidante e senza soluzione, sia stato causato, almeno in parte, da quelle botte che prendevo il sabato pomeriggio su quel disgraziato autoscontro, che tanto mi piaceva).

Il permesso di uscire completati i servizi in casa perdurava e ben al di là di questa prima fase giovanile.

Cambiai amichetta e stagione e andai a fare danni in estate con Lalla, più giovane di me, simpatica, in possesso della più bella dentatura che abbia visto in vita mia. 

Eravamo anche lì vicine di casa e le nostre madri, purtroppo, un po' si frequentavano. Dico purtroppo perchè la mia, piemontese riservata e poco incline all'amicizia, era, già di suo conto, portata per il dressage e certo non ci volevano i consigli dell'altra signora per tirarle fuori i lati peggiori.  

La partita, nel frattempo, si era fatta più dura. Il punto 1 di cui sopra era ora rappresentato da giovani maschi accesi e in possesso di patente e quello 2 da motociclette e, talvolta, anche go-kart rumorosissimi che facevano da colonna sonora a quegli anni ruggenti.

Ma si continuava a uscire solo alla fine delle pulizie. 

E la madre di Lalla aveva messo a punto il metodo dello stecchino, con il quale aveva contagiato anche la mia. Consisteva in questo: uno stuzzicadenti veniva deposto in un posto segreto della casa che variava ogni giorno e, se non era rimosso, era la prova di un lavoro malfatto che allontanava, fino a renderli irraggiungibili, i danni che volevamo andare a fare.

Io e Lalla eravamo legate da un destino di confratelli carbonari, io con gli occhi bistrati e le labbra ripassate di bianco, lei con il sorriso stampato sulla faccia cercavamo una soluzione rapida al nostro comune problema. La scorciatoia consisteva nell'individuare lo stecchino come operazione autonoma, risparmiandoci la pena di pulire, per cui, una volta scoperta la posizione, si poteva anche fare un po' finta, per esempio dare solo una passata rapida di straccio senza entrare nei dettagli. Io abitavo sopra a lei, mi affacciavo e le chiedevo ogni tanto a voce bassa se c'erano novità. Lei il più delle volte allargava le braccia desolata, poco lontano si sentivano motori di richiamo, sgasate di acceleratore, gli amici ci aspettavano con impazienza. E noi lì con lo straccio in mano, attente a non guastare il trucco e intente a nettare.

Un destino da femmine inchiavellate al piumino da spolvero, la mia sorte di fronte a quella della monaca di Monza non mi sembrava meno amara.

Non so se scherma, solfeggio, nuoto e equitazione diano alle fanciulle di oggi i brividi che provavo io a fare danni. Certe volte le guardo con compassione: un po' scocciate della discoteca che frequentano il sabato a partire dagli 11 anni, perse in discorsi la cui noia mi avvolge quando, per caso, le accosto, al riparo da pezze comunque avventurose e da stecchi, incapaci di distinguere fra una casa pulita e una sporca, in compagnia di maschi con i pantaloni calati, fuor di metafora, sul sedere, privi del fascino e del pepe che avevano allora anche quelli meno attraenti, comunque diversi, lontani, proibiti e soprattutto non condannati a un destino di pulizie.    

Cenerentola, modello di educazione femminile

Classe femminile (non dell'autore, ma rende l'idea)

Autoscontro