70 Made in China

Un paio di giorni fa mi sono trovata in una delle mie frequenti emergenze culinarie.

Non so dai voi, ma da me si consuma sempre più cibo di quanto io non riesca a produrne. (Mi chiedo spesso come faccia la signora Carmelina, che abita sotto da me e ha tre figli maschi fra i 22 e i 27 anni, uno dei quali, quello che lei si ostina a chiamare 'il piccolo' e che io, invece, definisco 'il corazziere', è da poco partito a cercare fortuna in Germania, lasciando nostalgia fra le ragazze e anche un po' nella vicina di casa).

Decido allora di tentare la fortuna presso la 'Rosticceria cinese' che ho visto una settimana fa qui vicino passando in macchina.

E la macchina ce la pianto davanti, e con tutti i lampeggianti accesi, entrando dentro. Cado come Alice nel buco in uno dei miei film: la ragazza è bella e sciatta e mi guarda strana, il titolare ha i baffetti da mafioso, è giovane, attaccato alla cassa. Due soli clienti davanti a un tavolo lungo. Niente e nessun bancone. Chiedo dove sta il cibo. Mi dicono che lo preparano al momento e lui mi porge una delle loro infinite liste. Non ho bisogno di guardare, sono, come ho già detto, un'abitudinaria e ho un menu standard. Ordino pollo al limone e riso bianco.

Aspetto. Sono invasa dall'odore del fritto, mi metto sulla soglia con la scusa della macchina per non impregnarmi il giubbotto, mi viene l'idea di scappare, penso che il loro cibo sarà immangiabile, in dieci minuti secchi mi si affaccia, guidato dall'olfatto, un mondo di memorie, i viaggi, i ristoranti cinesi frequentati, la mania del lemon chicken, come dicevo i film asiatici, un ristorante c'è sempre, lavorano tutti ininterrottamente, in qualunque momento entri ti guardano male ma ti danno da mangiare, la cena di capodanno alle sette di sera ma già con i fuochi sullo sfondo a Shanghai, le volte infinite di Londra, San Francisco poco distante dalla baia, il ragazzo che, dalla cucina, si è portato il cibo in sala, lappa la ciotola come un animale, i due avventori chiedono una forchetta, io che spero in una telefonata liberatoria, la mia macchina (blu) che lampeggia nella notte, il proprietario è uscito sul marciapiede e prende una boccata d'aria.

Sbircio la cucina, arrivano colpi secchi e abili di coltello, il cuoco indossa un grembiule lungo e sporco, mi riempio di TOC, penso di pagare e di buttare tutto al cassonetto.

La ragazza viene da me e mi porge, per una cifra ridicola, due vaschette bollenti.

Pago e esco, sollevata. Appoggio in terra, vicino al mio sedile, la busta, un'intercapedine di fortuna con il pavimento, certo non permetterò che una cena di emergenza rovini la tappezzeria.

Garage, due chiacchiere rituali con Daniel che è di turno, scarico la solita quintalata di libri e il mio pacchetto, ringrazio, auguro la buonasera. 

La notte di fine settembre è tiepida e immobile.

Casa, cucina, un'apparecchiatura minima. Il riso, avevo intuito giusto, è fetido. Una serata che va storta, penso già al pane e cioccolato.

Ma no, il pollo, oh, il pollo, è ottimo, ci trovo sopra, in un bicchierino di plastica, il succo del limone caramellato che io non sono mai riuscita a confezionare, i pezzi sono perfetti, sapientemente tagliati, ciascuno avvolto nel suo abito croccante di pasta, perfettamente compatti e amalgamati a un tempo, non c'è nemmeno bisogno di scaldarli, la vaschetta ha mantenuto le sue promesse.

Sera di primo autunno a Roma, ricordi in contraddizione della Cina, sporco che più sporco non si può e, sullo sfondo, l'evidenza di una delle cucine più raffinate che abbia gustato in vita mia, la testa piena dei film che amo, la certezza che l'esistenza stia anche altrove, un universo chiuso nel riso buttato al secchio e nel pollo al limone festeggiato come manna piovuta dal cielo, come un cibo incontrato, in una contingenza fortunata, in rosticceria.   

Max Weber, Chinese Restaurant, 1915

Pollo al limone