76 Le jour de gloire (est arrivé)

Ci siamo. Peccato stare 'qua' e non 'là' e non avere le antenne, quelle per la tv, intendo dire. (Le altre, quelle per le cose che mi interessano e sento, ci stanno, eccome, basta drizzarle).

Giovedì 9 ottobre 2008, cioè oggi, alle 23:05 (questi giornali che danno le notizie che mi interessano arrivano da noi sempre con un colpevole ritardo), France 2 manda in onda un documentario dal titolo 'Profession femme de ménage', praticamente il nostro programma televisivo di riferimento.

L'autore, François Chilowicz, ha contattato 300 femmes de ménage e se ne è trovate solo 10 pronte a testimoniare per lui.

Conosciamo allora Régine Van Hove che, quando dice durante una cena di essere 'femme de ménage', si rende conto che 'un ange passe' (e quando gli angeli passano, fanno una caciara d'inferno, guardateli con tutte le piume che hanno addosso e che i nostri pittori non tralasciano di dipingere).

Per ovviare al disappunto il marito di Régine suggerisce di sostituire 'femme de ménage' con la locuzione 'faire du menagement', insomma qualcosa con un contatto con quelli che tutto decidono e organizzano (in fondo è vero).

Régine ha lavorato nel sociale e parla, ora, del 'piacere della sottomissione' che le procura il suo impiego. Esalta la 'sensualità della stiratura', afferma di 'prendre son pied' (il mio dizionario traduce: trovarsi su terra ferma) quando si inginocchia davanti alle toilettes, sostiene che occuparsi della biancheria sia 'un privilegio, un onore'.

Insomma: una cosa complessa, sfuggente, in cui chi dà e chi riceve prestazioni  si lega di un rapporto intimo e profondo e, come in tutti i casi in cui il lavoro lascia un segno, la ripercussione sulla vita non è mai raccontata a sufficienza.

Ciò che più mi interessa è il riferimento all'arte contemporanea che propone il giornalista: Régine ama Sophie Calle, artista da me prediletta, e Catherine Millet, storico dell'arte noto per le confessioni relative alla sua vita sessuale e ai sentimenti di gelosia che ha scatenato in lei ciò che definiremmo il pan reso per la focaccia.

Chapeau!

Se penso alla mia colf, che maneggia continuamente libri di arte, organizza decine di fogli sparsi con appunti, raddrizza 10.000 diapositive 2 volte a settimana, sposta cataloghi, passa con lo straccio l'ultimo dossier, rettifica file infinite di libri e sposta da una stanza all'altra le mie cartelle, il tutto senza entrare mai, dico mai, nella partita, ovvero, senza mai diventare 'amatrice' di arte, ecco che i dubbi sulla televisione italiana (che io, comunque, non vedo da un pezzo e di cui non sento la mancanza) aumentano in modo esponenziale.

Fosse colpa del piccolo schermo l'impossibilità di immaginare - da noi - una vita differente, di elaborare sul concreto il fantastico, di farsi film sulle copertine dei libri, di uscire, insomma, dal contingente per volare verso l'assoluto e cominciare a prenderci gusto?

Un peccato in più, e pure capitale. Tale e quale al mio, a quello che stasera pesa sulla mia coscienza per essere davanti al mio computer a Roma e non davanti a una televisione a Parigi e non potervi raccontare nei dettagli come si possa pulire una stanza da bagno in devozione, occuparsi della biancheria toccando il profondo, attaccare il ferro da stiro sentendosi una bomba, fare, in una parola, delle operazioni di pulizia, oltre che, beninteso, una missione, sempre e comunque un'opera d'arte.

 

Mary Poppins, la colf che tutti vorremmo avere

La colf che, nel migliore dei casi, abbiamo