77 Fiat lux

Il mio amato professore di greco del liceo, allievo del grande Gennaro Perrotta, prima di iniziare una lezione si lisciava i bordi della giacca dell'abito blu, controllava se l'allacciatura dei bottoni era a posto, si raccoglieva, congiungeva le mani e diceva a voce alta e chiara: 'Gesù, fate luce'. Tralascio le reazioni di alcuni adolescenti cretini che erano in aula. Io, da parte mia, lo tenevo fra i miei prediletti e, di botto e di riflesso, mi illuminavo.

Quando entrerete alle Scuderie del Quirinale qui a Roma per vedere la mostra di Giovanni Bellini vi troverete, appena salito il nobile scalone, quasi in un cinema a spettacolo iniziato: buio completo e solo le opere rilucenti. Dico 'quasi' perché al cinema rimangono accesi almeno alcuni spot o led (come vi pare, ma tu guarda che razza di nomi si usano oggi per indicare le lucette, starebbero meglio a due pesci rossi), cosa che vi dà la possibilità di non ammazzarvi sui gradini o di infilare con qualche disinvoltura la porta del bagno.

(Un paio di volte in vita mia, nonostante spot e led, ho fatto la gaffe di sedermi in braccio a un signore invece che sulla poltrona libera a fianco e la seconda di esse mi è anche sembrato, almeno dalla bella stretta vigorosa che ho sentito intorno ai fianchi, che il tipo non si fosse dispiaciuto. Per un attimo ero diventata Isabelle Adjani quando fa la Regina Margot e, mascherata e al buio, si butta su uno sconosciuto per la strada senza nemmeno doversi fare un film per giustificarsi).

Da Bellini manco un faretto di orientamento.

L'unico cartello didattico è da basso ed è una cronologia piena di numeri e fatti. Per cui alla ottava riga uno pensa: 'Sì, va bene, me lo guardo quando scendo' e se lo dimentica. Nelle sale di scritto ci sono solo le didascalie delle opere. In compenso vi danno uno di quei cataloghini che sono stati l'idea migliore del Quirinale degli ultimi anni, una sintesi critica quasi sempre ben fatta dei lavori esposti, raccontati per sezioni. Approfitto di Opera Soap per ringraziare colui che ha avuto l'idea e per fargli sapere che nel mio studio c'è una scatola rossa in bella mostra con l'etichetta 'Cose piccine' nella quale questi gingilli sono raccolti. E spesso riesumati per un ripasso, se gli fa piacere saperlo.

Da Bellini vi consegnano il libretto ma è impossibile leggerlo. Bisogna ficcarsi a forza sotto le opere perché è lì l'unica fonte di luce. 'Sotto' le opere ma dovrei dire 'dentro' perché molti dei dipinti stanno ficcati a loro volta dentro loculi rosso bordeaux, cioè scuro, profondi un braccio, secondo la trovata di Luca Ronconi per Sebastiano del Piombo a Palazzo Venezia qui a Roma questo medesimo anno. Lì, a essere sinceri, il braccio superava il metro, per cui la visione era quella del basso napoletano, uno si sporge e, invece della vajassa che prepara i maccheroni per il pranzo, vede un ritratto, un santo o un guerriero.

A parte la tentazione (legittima per l'amatore) di avvicinarsi quanto più possibile all'opera e di trovarsi come risultato con la testa dentro il sacco, l'altro guaio è quello dell'impossibilità di vedere tutto con un unico colpo d'occhio, di fare, per esempio, una di quelle cose di cui abbonda la storia dell'arte, ovvero uno studio per paragone: lì due quadri stanno accostati ma ciascuno nel suo colombario, per cui ne puoi guardare uno alla volta e ti saluto confronto.

E non oso nemmeno pensare a una visita guidata, che necessita per il docente di orientamento e capacità di valutazione dei tempi e dello spazio e per il suo pubblico di un'area di ascolto nella quale è sacrosanto il contatto dello sguardo. Lì faremo al buio pure quella, un visitatore ne pesterà un altro e si sprecheranno gli urtoni. (Devo preparami a sacramentare in veneziano, ci tengo a curare le professione nei minimi dettagli).

I tempi soni bui e i curatori si sono presi la briga di ricordarcelo. Sono, oltretutto, autorità assolute in materia belliniana, hanno messo insieme un numero di opere impressionante, hanno fatto, e si vede, un enorme lavoro. Poi, però, si è accesa la lampadina nella loro mente e hanno pensato di lasciare gli spettatori all'oscuro di quello che succede a venti centimetri di distanza.

Al piano superiore le luci ci sono. O meglio, ci sarebbero, visto che stanno lì fissi i grappoli di fari utilizzati di solito per le esposizioni. Ma devono rimanere rigorosamente spenti, come mi ha detto rintuzzandomi la signorina in divisa alla quale avevo fatto la proposta di compiere un atto dadaista e di accenderli tutti.

Mettete in soprassoldo alla faccenda delle luci quella dei vetri, in alcuni casi già sporchi, che proteggono parecchie delle opere. E se sommate il vetro al loculo, come siete costretti a fare, per esempio, per il Battesimo di Cristo della chiesa di Santa Corona di Vicenza, avrete quell'effetto ben noto in fisica delle due forze (a noi) avverse che si aggiungono una all'altra con risultati che generano sconforto.

Nonostante tutto Bellini è magnifico: secco e mantegnesco agli esordi, poi morbido, emozionato, avvolgente, mena fendenti innovativi fino all'ultimo giorno, intreccia dialoghi sapienti con Antonello, anticipa Giorgione, secondo me è il pittore che meglio di tutti ha raccontato lo strazio di fronte al Cristo dolente, quel Cristo che, instancabilmente, ha ritratto smagrito, ossuto, mostrato come un'ostensione da angeli bambini con l'affanno, quel Cristo che avrebbero dovuto disturbare i curatori della mostra prima di mettere mano all'allestimento, perché facesse luce sui cataloghini, sui nostri piedi, sul Quirinale tutto e nelle loro menti.

  

Giovanni Bellini, Cristo morto fra Maria e Giovanni, 1450 (il mio Bellini preferito) www.accademiacarrara.bergamo.it

Giovanni Bellini, Pala Pesaro, 1474, completata dalla cimasa per l'occasione

Lampada da speleologo indispensabile per la visita alla mostra di Bellini alle Scuderie del Quirinale www.scalve.it