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(Trovata una bottiglia, sottolineo piena, di Borgogna di cui avevo dimenticato l'esistenza. Mi è sembrato un segno. Apertala per celebrare la prima cosa che mi è venuta in mente, per esempio il nuovo blog de Il sole al guinzaglio, inaugurato ieri)

Sto leggendo Marilou sous la neige (il titolo è tratto da un brano di Serge Gainsbourg), primo romanzo di Angie David, singolare e diafana creatura che sta, molto elegantemente e da qualche tempo, nel mio pantheon.
Angie ha il nome di una delle più belle canzoni dei Rolling Stones ('With no loving in our souls and no money in our coats/ You cant say were satisfied'), ha giusto 30 anni, è nata in Nuova Caledonia e vive a Parigi, scrive molto bene, è particolarmente coltivata, ama la moda e ne riferisce con talento. E' una giovane donna della quale seguo con attenzione il percorso, la trovo molto moderna, ho letto la sua monumentale biografia di Dominique Aury (per intenderci, Madame Histoire d'O), frequento regolarmente il suo blog (www.leoscheer.com Le blog de Marilou) e ne traggo suggerimenti preziosi su libri, film, musica e anche ristoranti. Lei è l'incarnazione della mia teoria secondo la quale si comunica molto bene a prescindere dall'età, cioè l'alternativa a quella deviazione che io chiamo zero12, come i negozi di Benetton, secondo la quale i quattordicenni devono stare con i quattordicenni, i trentaduenni con i trentaduenni, i novantenni con i novantenni e gli infanti con gli infanti. Un incubo. Il mondo trasformato in asilo nido o Santa Galla, mi chiedo come si possa accettare di essere infilati in un ghetto senza nemmeno un moto di rivolta.

Marilou sous la neige è un'autobiografia. Detto così sembra precoce, 30 anni sono pochi, però vi assicuro che la materia non è indigente: incontri, serate, musica, feste, letture, film, frequentazioni, droghe, amori. Ce n'è abbastanza per andarsene subito in pensione vivendo di ricordi. Sono arrivata ai tentativi della giovane e ambiziosa ragazza, all'epoca ventiquattrenne, di entrare nell'editoria. Invia 'deux lettres de motivation' a una nascente casa editrice indipendente ('Pour faire genre'). Per farsi notare ha scelto buste rosse.
Seguirà l'incontro con l'editore Adrien (il nome lo ha preso in prestito dal film La Collectionneuse di Eric Rohmer. Titolo preferito da Angie/Marilou nel catalogo del grande regista: Les nuits de la pleine lune. Se vi interessa saperlo, lo vedo anch'io 4 volte al mese), l'ingresso come stagiaire, la relazione amorosa che nasce con lui eccetera. Come vi ho detto, sto leggendo e sono nel mezzo del racconto.

La cosa che mi dà da pensare è il tono diverso che adottano rispetto a Marilou coloro che inviano a me il loro curriculum perché sono alla ricerca di un lavoro. Ricevo parecchie mail quotidiane, quasi tutte hanno come oggetto la parola 'autocandidatura', il tono usato è burocratico e amministrativo (quando leggo 'Spett.le associazione' mi guardo intorno per vedere se per caso mi sono finalmente ricordata di comprare un estintore, per piccolo che sia in un appartamento ci vuole e poi di schiuma ne fa comunque tanta; quando poi arrivo a '...una Vs risposta' mi alzo e vado a mettere nella lista della spesa il lanciafiamme che ancora mi manca), nessuno si è degnato di dare un'occhiata approfondita al sito (strumento di comunicazione che, quando ero ragazza io e cercavo ingaggi, non esisteva come sistema di informazione), le competenze sono vaghe, l'offerta apodittica ('mi propongo per lezioni'), le attitudini sempre 'brillanti' (strano, in un mondo in cui due persone in ascensore fanno fatica a trovare una posizione in cui mettersi e a cena, se appena ci sono estranei, la conversazione si impasta, barcolla, cade a ogni piè sospinto).

Ieri, rientrando dalla lezioni, mi è anche toccato leggere una mail di una signorinetta che avevo invitato a venire in Associazione e che si era irritata perché non sono riuscita, per motivi contingenti, a darle retta. Io, al suo posto, sarei stata lì a guardare e sarei tornata all'attacco appena avessi annusato il cambio di vento, lei se ne è andata offesa come Maria Stuarda a un passo dal patibolo e mi ha raccontato con parole di fuoco il suo sdegno, definendomi anche anti-culturale, parola dadaista che mi ha fatto sorridere, per non averla accolta con gli onori che meritava. Mi sono scusata, che dovevo fare, l'ho ringraziata per la rivelazione e le ho promesso che avrei fatto un esame di coscienza.

Intanto ho deciso di non aprire mai più una mail di pretendenti fino a che, vedendola, non avrò un avviso dal mio istinto. Potrebbe avere un incipit migliore (Per esempio: 'Gentile Signora'), fare riferimento a qualcosa della professione, a una pubblicazione, un'esperienza di cui si è venuti a sapere, proporsi con più disponibilità e apertura.

Oppure potrebbe recare in allegato un sapone, una confezione di detersivo, un libretto di istruzioni per il lavaggio dei capi delicati, cioè citare, come farebbe uno che frequenta, almeno 3 puntate di Opera Soap, far vedere che si sa con chi si parla, che si prova simpatia, che si ha voglia di dare una mano a ripulire il mondo, anche dai neolaureati noiosi che si sdegnano ad attendere, che non hanno avuto l'idea di usare buste scarlatte, e che, soprattutto, dell'arte non hanno afferrato il senso di sostanza che ci libera dal male, dalla rispettabilità associativa e pure dalle autocandidature.

 

Angie David, foto Kate Barry

Neolaureato in autocandidatura