85 Vivat Bacchus - semper vivat!

(Quelli che, come me, sono inclini al mood malinconico e alle pene d'amore hanno riconosciuto nel titolo di questa puntata l'incipit del canto di Johann e di Schmidt all'inizio del secondo atto del Werther di Massenet. Gli altri possono sempre ascoltarlo e, se pure fossero di umore tendente al bello stabile, avvicinarsi e rendersi conto di fino a dove lo strazio e l'eroismo di un'anima romantica possono arrivare). 

Sono nata a Roma e qui sono rimasta. Non l'avrei mai cambiata per una città di provincia, per le uniche due metropoli nelle quali mi stabilirei non va bene il mestiere che faccio e per la campagna è ancora troppo presto. Quando ci andrò traslocherò i pesci rossi (che gradiranno una vasca più grande), mi prenderò di nuovo un gatto e anche una capra. Ne ho conosciuta una qualche tempo fa che scondinzolava quando mi vedeva, si faceva grattare la testa fra i cornini e dava vigorose spallate a tutto il gregge perché la nostra relazione fosse esclusiva. Un caso di innamoramento estivo che ha cambiato il senso di tutto il soggiorno e mi ha costretta a partire con il cuore che in un guscio di noce ci sarebbe stato largo. Bordolina, questo è il nome che le avevo dato, entra di diritto in questa puntata perché stava vicino a Bordeaux e aveva intorno un paesaggio incantevole di vigne delle quali, peraltro, non sembrava troppo curarsi, occupata com'era a prendere dalle mie mani i ciuffi d'erba che sarebbero stati comunque nel prato a sua disposizione.

A Roma ho abitato in tre quartieri, poca roba di fronte ai nomadi perenni. Quello in cui sono al momento mi sta bene, anche se questa è una fase storica e esistenziale in cui, pur di non vedere e sentire, ho tendenza a vivere la casa come il castello con i coccodrilli nel fosso, tenendo in aggiunta anche il ponte levatoio alzato.

La cosa più bella da queste parti è la bottega di vini di Otello Altobelli, un gentiluomo che cura nei dettagli lo scrigno nel quale vengono a cercare tesori anche dall'altra parte della città.

Lì io commetto i miei peccati più mortali e faccio come fanno le donne con i negozi di scarpe: certe volte se ne tengono lontane perché poi quando ci stanno dentro fanno fatica a mantenere il controllo. Nei giorni di sobrietà mi affaccio alla porta con tutti e due i piedi sulla strada in segno di distacco, mando saluti tramite il ragazzo, agito la mano mentre imbocco la metropolitana.


Con il signor Altobelli parliamo di arte, viaggi e anche di manga, l'età non gli impedisce di partecipare alle mie scoperte, mi rimprovera se mi faccio incantare dai nomi e dalle etichette però poi mi mette da parte lo Chasse-Spleen (che lui stesso mi ha fatto conoscere), mi dà il permesso di toccare lo Château d'Yquem non solo con lo sguardo, mi ha concesso in prestito il suo motto lo champagne sta bene anche con la pasta e lenticchie, conosce i miei gusti a memoria, mi sceglie i bicchieri con competenza e una volta che gli ho chiesto perché non metteva la serranda elettrica mi ha dato una lezione di vita rispondendomi con orgoglio che il giorno che non fosse più stato in condizioni di fare quello sforzo (oppure di salire sulla scala), avrebbe chiuso il negozio. Indossa sempre le bretelle e un camice da lavoro color paglia che lo rende ancora più aristocratico e elegante e, se non ci sono clienti, sta seduto su uno sgabello storico che gli ho fatto promettere, quando se ne sarà stancato, di regalarmi.

Stamattina sono andata da lui e ho peccato senza nemmeno l'ombra di un pentimento. Mentre sfilava dallo scaffale una bottiglia mi sono resa conto che l'enoteca è l'unico posto al mondo (forse insieme al palcoscenico del teatro) in cui un po' di polvere non guasta, fa sentimento, atmosfera, allude alle tecniche di conservazione e all'invecchiamento, sembra un valore aggiunto alla qualità dello spettacolo offerto, tiene lontani i fantasmi della sterilizzazione, anche quella del gusto.

Sono fra coloro che guardano gli astemi con sospetto e non penso a correggermi perché credo di essere dalla parte della ragione. Ma per riconciliarmi con tutta la categoria invito gli analcolici a cambiare bibita e a venire con me a conoscere quello spazio, così piccolo eppure capace di contenere dentro il meglio del mondo, che si apre dopo la porta e l'unica vetrina, quelle sì pulite impeccabilmente e tenute sempre aggiornate e fresche.

L'Enoteca Altobelli è a Roma in viale Furio Camillo 10. Non c'è sito.

Non sono ancora riuscita a convincere il titolare a fregiarsi della tripla doppia v ma, visto il personaggio, incline a stare nella torre ma disposto da lì a guardare la modernità in modo bonario, non ho ancora perso tutte le speranze.    

 

 

 

George Thill (1897-1984), il mio Werther preferito

Chasse-Spleen, guardate che bella etichetta

Frans Hals, The Merry Drinker, 1628-30