10 La legge del Ripolin

La cucina, fra tutti gli ambienti della casa, sembra attrarre le più feroci perversioni: i ganci per appendere i canovacci sono fatti a forma di peperone o di pera, le presine citano la scultura organica di Jean Arp, probabilmente senza saperlo perché il risultato, nelle prime, è nuovamente quello della forma della verdura o della frutta (Arp sapeva, invece, fare astrazione) in modo tale che è possibile appendere una pera a un peperone o viceversa, facendo un esercizio di creatività di non poco conto.
Il contaminuti, oggetto tecnologico della massima importanza per chi non ama stare a guardare il sugo che cuoce considerando lo spettacolo piuttosto monotono, assume anch’esso aspetti camaleontici ed ecco allora pomodori che ruotano su se stessi e, quando è arrivata la loro ora, emettono suoni laceranti, oppure uova di acciaio delle identiche dimensioni di quelle di gallina che recano sul loro guscio tacche e tacchette che scandiscono il passare del tempo, per non parlare di pentoline con coperchio swingante e di coccinelle che, siccome portano fortuna, possono stare con loro buona pace dappertutto, anche vicino ai fornelli.
Alessi, che fa le cose in grande (ferocia) ha edito nel 2007 Mr. Chin, un contaminuti in resina termoplastica decorato a mano disegnato da Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda. Così al posto del peperone possiamo esporre il cinesino (alto cm 11).

Diciamo basta, siamo realisti e chiediamo l’impossibile (la frase, lo sapevate? è di Marguerite Duras. Sono d’accordo con voi: merita di essere ripescata).

Ovvero: ganci minimali, robusti, legati alla tradizione, di forma che evochi solo la forma stessa, che guardi alla geometria, che profumi di proporzione e di sezione aurea. Contaminuti senza volto, da potersi portare in bagno, se si decide per la maschera con 20 minuti di posa, senza provare orrore.
E poi rotoli di carta da cucina in ottima cellulosa e con strappo perfetto e soprattutto bianchi come la felicità (marquer d’une pierre blanche, una citazione francese ci sta sempre bene), verginali, angelici, candidi come un paesaggio artico, come la pace, l’igiene, le cinture di Judo al primo livello, eleganti nella loro assenza di colore e soprattutto senza quella pletora di peperoni e pomodori che decora sempre la loro superficie.
Che la verdura disegnata sia bandita, che non compaia più sulle spugnette svedesi di pulizia (ripassare la vasca da bagno con un carciofo stilizzato fa un certo effetto), sulle tovagliette all’americana (la prima colazione, fosse pure estiva, si sposa male con le fette di anguria stampate), sui tovaglioli di carta (che assumono subito un’aria cretinamente adolescenziale), che la cucina ridivenga una volta per tutte e definitivamente il luogo dell’assenza della decorazione e si confermi quello della funzione.

Le Corbusier, il pioniere, l’iconoclasta, il martire, il folle, il santo, ovvero: il purista, quello che sul passaporto, alla voce 'professione' aveva scritto 'homme de lettres', certamente ci darebbe ragione. Sua era la legge del Ripolin (dal nome della ditta che produce colori. Intuitivamente, gliene interessava uno solo), ovvero dell’applicazione della pittura a smalto bianco su tutte le superfici, essendo ‘l’imbiancatura…la ricchezza del povero e del ricco…dello schiavo e del re’.

E chiediamo che sia estesa la legge del Ripolin anche alle tavole da stiro e che le fodere loro destinate non siano più costellate di pesci, orsacchiotti, barchette, fiori di provenienza alpina e, ancora e sempre, verdure quattrostagioni. Vogliamo stirare su superfici neutre, che non sollecitino in nessuna direzione la nostra fantasia, vogliamo fantasticare, stirando, su altro, vogliamo raggiungere i livelli di astrazione di Corbu, esibire la sua eleganza, essere del suo tempo e non di un tempo che non riconosciamo come nostro, che tutto decora, tutto rende allegro, tutto farcisce di peperoni.

Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda, Mr. Chin, Contaminuti in resina termoplastica decorato a mano, Alessi 2007

Ripolin

Le Corbusier, homme de lettres