89 Autolavaggio

Le prime avvisaglie si sono avute venerdì all'alba. Decisa a lavarmi i blue jeans prima di partire per Firenze, per averli pronti da indossare al mio ritorno, quando vado a toglierli dalla lavatrice li trovo zuppi di acqua. Penso di aver premuto per sbaglio il pulsante 'delicati', controllo, inserisco un numero di giri superiore e avvio di nuovo la centrifuga. Medesimo risultato.

Li metto fuori perché non mi bagnino la casa (escludo la vasca, è nuova e il suo confine è invalicabile, soprattutto per i panni scuri). Me li dimentico. Mi concentro sul viaggio. Rientro domenica sera, moine infinite ai pesci rossi, avvio un bucato di biancheria bagno e cucina. Lì il quadro si è fatto chiaro e del tutto desolante: un asciugamano bagnato, un canovaccio a righine bianche e blu asciutto, viscido di detersivo dappertutto. Mi arrendo all'evidenza, la lavatrice è rotta, non centrifuga, carica male l'acqua, provo tutte le combinazioni possibili, la insulto.

Lunedì mattina trascorro 2 ore e 30 minuti cercando di chiamare l'assistenza. Quello dei guasti agli elettrodomestici tedeschi di cui stiamo parlando deve essere l'unico settore che tira in questo momento di crisi finanziaria. E allora assumete più centraliniste e più tecnici, così siamo tutti soddisfatti e contenti e diamo pure una mano all'economia di questo posto. Macché. Primo turno disponibile venerdì prossimo. Mi faccio giurare che se qualcuno disdice mi tengono presente, la signorina mi suggerisce di controllare se per caso non fosse ostruito il filtro del tubo di carico dell'acqua, taglio no corto ma cortissimo, voglio nel più breve tempo possibile il migliore dei tecnici perché mi restituisca la mia macchina, faccio un elenco di ciò che sarebbe meglio avere rotto, la lavastoviglie, il frigorifero, l'aspirapolvere, perfino le tasche, ma la lavatrice no, senza la lavatrice non è possibile.

Comincia in casa il razionamento della biancheria, finito (provvisoriamente) il lusso a cinque stelle degli asciugamani di lino sostituiti giornalmente e anche quello delle spugne sempre candide e nette, inizio del bucato a mano per i capi delicati e del riuso per quelli che non mostrano evidenti segni di sporco.

Martedì mattina decido di affrontare il mucchio di roba il cui lavaggio è uscito compromesso: metto tutto in più buste di plastica, poi in una shopper robusta e con questa quintalata di panni mezzo fradici me ne vado al garage a prendere la macchina. Destinazione: Lavanderia self service Onda blu, aperta tutti i giorni compresi i festivi dalle 8 alle 22. La colf, che è in servizio, mi strilla dietro che è un orrore, mettere le proprie cose dove le hanno messe gli altri. Ma sono sicura che ci sia un sistema di disinfezione, non è questo che mi preoccupa.
Piove che il cielo la manda, ho scelto, fra le 22 sedi di Roma, con logica stringente quella più vicina. L'indirizzo dice via Tuscolana angolo via delle Cave e all'angolo di via delle Cave vedo fra i tergicristalli in movimento una cosa plausibile, un cartello con la scritta Autolavaggio aperto dalle 8 alle 22. Autolavaggio in che senso? Che uno si fa da solo il suo bucato o che qualcuno ti lava la macchina? L'italiano è una lingua a volte ambigua, in inglese non avrei avuto il dubbio. Mi infilo fin dove posso, la risposta buona è la numero 2, ma c'è un dettaglio: puoi lavare la macchina ma devi farlo da solo. Praticamente un autolavaggio al quadrato.
Deserto totale da giorno di tregenda, emetto un grido che commuoverebbe i sassi: 'C'è qualcuno che mi dice dove diavolo sta la lavanderia self service prima che mi arrabbi sul serio?'. Mi risponde il silenzio.

Mi rimetto in giro a cercare, parcheggio appena posso e procedo a piedi nella perlustrazione. Vedo la scritta Onda blu dietro il distributore dell'Agip. Che strano connubio. Entro, saluto, mi trovo davanti l'attesa teoria di macchine in movimento e il titolare, giovane, tarchiato, rasato e con il pizzetto. Indossa una tuta. Quando si gira leggo la scritta che campeggia sulla pompa di benzina. Gli chiedo come funziona. Mi spiega che si mette il bucato nella macchina, che il lavaggio dura 30 minuti, se li voglio anche asciugati devo calcolarne altri 20 e il doppio del prezzo (totale dell'operazione € 8,00). Dico che va bene, che vado in macchina (l'automobile) a prendere la busta, che mi tenga libero un turno. Mi sono portata il detersivo, mi scuso anche un po' per la diffidenza. Lui mi dice che, se mi fido, mi sposta lui il tutto nell'asciugatrice. Devo aver fatto occhi grossi come mandarini, se non addirittura come angurie. Mi dice: 'Okay, allora se lo fa da sola però deve stare qui alle 12:30'. 

Bighellono un po' nel negozio, ci sono scaffalature vicino alla cassa e sopra stanno in bella mostra non gli ammorbidenti per la biancheria ma gli alberelli deodoranti, poi le spazzole di ricambio dei tergicristalli e pure le confezioni dell'olio (tutto per la macchina, voglio dire: l'automobile). 
Il tipo con la tuta si dà molto da fare, sembra efficiente, la cosa che non capisco è che ci faccia il benzinaio (uno dei mestieri, diciamocelo, più sporchi del mondo) con l'addetto al lavaggio della biancheria, dal quale mi aspetterei un aspetto quasi clinico, bianco immacolato da mantenere tale dalle 8 alle 22.
C'è anche una ragazza dell'Est che tira fuori camicie come in una catena di montaggio, le sbatte, le sistema alla meglio in un cesto, si scoccia, sbuffa.

Riesco a fare un salto in banca dove tento un'altra operazione self service con scarso successo. Sostengo che se devo versare 4 assegni e il bancomat me ne prende solo 2 e mi tocca fare comunque la fila, allora la macchina (il bancomat) non serve, è un ingombro che potrebbero pure togliermi dai piedi. L'impiegato dice che lui non c'entra. Si sta avvicinando l'ora fatidica, torno a passo di carica al lavaggio, devo essere lì per il trasferimento dei panni, passerei sul cadavere di qualunque bancario pur di arrivare in tempo.

Un ragazzo dell'Est ha portato alla ragazza il pranzo, un trancio di pizza unta che lei mangia in piedi. Quando ha finito si pulisce le mani sulla prima camicia che afferra. Nel frattempo il titolare con la tuta sta tirando fuori tutte le divise di una squadra di calcio, quando un paio di calzoncini gli cade per terra il calcio glielo dà lui e così lo avvicina al tavolo su cui sta la pila di maglie. E' arrivato anche un single da manuale, ha portato una busta del supermercato con dentro palle di tessuto compresso fra le quali riconosco blue jeans, calzini scuri, mutande e camicie bianche. Carica tutto insieme, il tipo con la tuta gli suggerisce la temperatura: 30°. Peccato che non abbia chiesto a me perché avrei vendicato in un botto tutto il fiato sprecato dalle madri di single del mondo suggerendogli: '60 o anche 90'.

Sono sull'orlo di un abisso di detersivo e orrore.

Ho letto del Brainwash Bar di San Francisco www.brainwash.com, a parte la spiritosaggine del nome (ma pure Onda blu sembra qualche altra cosa, per esempio una motocicletta oppure una contrada), un posto che mette insieme lavaggio automatico e incontri. Si ascolta musica, si mangia qualcosa insieme (la carta è magnifica e c'è di tutto, dalle zuppe, alle insalate fino ai burger, e con il take-away ti puoi portare via anche la cena insieme ai tuoi panni e, se ti dice bene, pure una ragazza), ci sono iniziative d'arte, per non parlare della scelta della temperatura della macchina che asciuga e dei prezzi, decisamente concorrenti.

Guardo ipnotizzata i miei panni, che riconosco uno ad uno, ruotare, salire e cadere giù nel gigantesco cestello ad aria calda, saluto mentalmente una presina di cui noto una volta di più una macchia indelebile, mi sorprendo a fare paragoni fra i miei canovacci a righe e le vele di Daniel Buren (lavori in situ, Lucerna 3 maggio 1980 e Tel-Aviv 28 maggio 1999), tutti gonfiati, ciascuno a modo suo, da un suo vento, il tempo si è fatto infinito (al Brainwash Bar l'asciugatura dura solo 6 minuti), domando al tipo in tuta il perché della strana accoppiata, la lavanderia e la stazione di servizio, fosse che Agip è proprietaria di Onda? Mi risponde che loro sono proprietari dell'una e dell'altra ma solo lì, immagino la serata in cui hanno pensato di utilizzare lo spazio dietro al distributore non solo per vendere alberelli, la trovata, ormai, ha assunto contorni allucinanti.

La cosa peggiore dell'esperienza è stata la televisione accesa con un programma di Rete4 condotto da una signora che non vedevo da anni e che ricordavo figlia di partigiano, generale e prefetto. Volti deformati dalle grida disumane che uscivano dalle bocche venivano inquadrati con sadismo, un pubblico partecipante emetteva verdetti deliranti, lacrime sgorgavano da occhi roteanti, scritte scorrevano orizzontalmente ricordando il tema del girone infernale (un tradimento coniugale impiastrato di tossicodipendenza), urla cercavano di sovrastarne altre e articolavano frasi nelle quali si spiattellavano luoghi comuni e si sputavano sentenze, i protagonisti della vicenda (gli imputati, per intenderci) giovani e bellini come si usa adesso, incerto l'italiano, i congiuntivi omessi, sbudellate le loro vicende più private, imploravano ciascuno ascolto da quella ridda indiavolata di ossessi incapace di azzittirsi, anzi aizzata dal terzetto dei conduttori, eccitati più di loro dall'odore e dall'oscenità della rissa.

(In una parola, come canta il Méphistophélès de La Damnation de Faust di Berlioz, 'La bestialité dans toute sa candeur').

Inquadrata regalmente, piena di microfoni, la signora figlia di partigiano, generale e prefetto si grattava la testa coronata da una messa in piega ingualcibile e, strillando più di tutti, acquisendo per l'allure del fisico e il tono della voce l'incedere inconfondibile della vajassa, dichiarava al mondo che le donne sì che erano meglio degli uomini perché non stavano mai con il piede in due staffe, balla inverosimile, per smontare la quale non c'è nemmeno bisogno di disturbare Natalia Aspesi e la sua Posta del cuore perché basta guardarsi brevemente intorno, ma tant'è, questa era la sua legittima opinione, espressa ai quattro venti e imposta per esperienza in video e autorevolezza morale.  

Avevo pagato in anticipo come richiesto, perciò appena finito di piegare grossolanamente la mia biancheria e di metterla nelle buste sono uscita con un sospiro di sollievo. Un'idea avevo bene impressa nella testa, che scorreva orizzontalmente e non tollerava opposizioni: la prossima volta che ci troviamo nei pasticci, io per la lavatrice rotta, gli imputati bellini per i tradimenti e la tossicodipendenza, i panni sporchi ce li laviamo in famiglia, è più igienico, più sano e costa anche meno in termini di denaro e di decenza.  

  

Autolavaggio, cioè Lavanderia self service

My Beautiful Laundrette, Stephen Frears 1985

Brainwash, Chicago