92 Small World

A Napoli, dove insegno da 10 anni, ho un referente prezioso, una giovane donna che si chiama Carla che lavora in uno di quei box che hanno il nome di 365 Grandi Stazioni, praticamente il surrogato della biglietteria. Bella ma soprattutto intelligente, la mia amica bionda, sempre gentile, puntuale, alla ricerca di soluzioni, mi risolve i frequenti problemi del pendolare. Oggi mi ha dato lei la ferale notizia: l'abbonamento è aumentato, ma stavolta in modo radicale: € 300,00 per l'alta velocità, prima con € 160,00 + una serie ulteriore di ticket di accesso (€ 3,00 a treno, vi risparmio tutti i conti della lavandaia e vi dico la cifra mensile intorno cui si aggirava la spesa: € 195,00) si riusciva ad andare a lavorare.

Detesto l'Alta Velocità e la detesto dal profondo del cuore: treni fetidi, sporchi, la carta igienica nei gabinetti considerata un optional, malamente tenuti, a bordo fa sempre freddo perché occorrerebbe troppa manutenzione per gli impianti e nessuno è, in pratica, capace di gestirli, spesso allagati gli invasi davanti ai bagni, frequente l'odore insopportabile di liquami che si diffonde nelle carrozze: un'immagine fosca dell'Italia dei nostri giorni, non conto più le volte in cui, trovato il coraggio di fare un buco nell'acqua, ho presentato una protesta formale sottoscritta dai responsabili del controllo, tutti movimenti inutili, o meglio, falsi movimenti.

Penso in tutta sincerità che gli IC siano meglio, sembrano ancora dei treni, sferragliano, hanno l'odore della tradizione e non quello dei detergenti infimi, solo impiegano più tempo a percorrere la tratta e il tempo del pendolare è prezioso, si traduce in produzione o stanchezza.
Ma stavolta la scelta è obbligata. L'abbonamento IC continua a essere abbordabile, l'altro è entrato nell'orbita dell'assurdo, non si può andare a lavorare rimettendoci soldi, le relazioni si inaspriscono, monta l'odio nei confronti degli studenti, la vita intera, non solo quella professionale, ci va di mezzo, un docente che si chiede che cosa ci sta a fare su quel treno è un docente morto.

Carla mi diceva che tutto è peggiorato, che siamo regrediti, mi chiedeva, conoscendo già la risposta, se oggi stavo come 10 anni fa, era lucida e rassegnata, mi dava informazioni, anche di tipo sociologico: che cosa avevano fatto gli altri pendolari, tutti i professori universitari dell'Orientale e del Suor Orsola, i direttori di banca, il mondo variegato dei viaggiatori, perfino i cinesi (i cinesi?) habitués del percorso.

La cosa che più mi infastidisce è il restringimento del mondo, la percezione netta e quotidiana di confini che mi soffocano, gli orari a strozzo, la riviste che arrivano sempre più tardi, i costi di gestione della vita surreali rispetto alla vita stessa.

Se Wolfgang Tillmans è il mio fotografo del cuore, Martin Parr è quello della mente. Li prediligo in modi diversi e mi sono tutti e due indispensabili. Riservo il primo alla sfera intima e eleggo, oggi, il secondo a simbolo dell'inquietante tendenza.
Il suo libro Small World parla di un turismo indegno, massificato, ignorante, in cui frotte di umani si spostano da Venezia all'Himalaya in gruppi organizzati, si fotografano l'un l'altro, comprano souvenir fabbricati dall'altra parte del mondo, reggono la Torre di Pisa sghignazzando davanti all'obiettivo di una macchina, voltano le spalle al Partenone, un universo che farebbe meglio a starsene a casa e che riempie aerei e treni della sua insulsaggine e che mi fa auspicare un ritorno di Cristo sulla terra, ma non del Cristo mite che porge l'altra guancia, bensì di quello che si infuria una volta nella vita e caccia i mercanti dal tempio.

Stare in un mondo piccolo mi secca, si annebbiano le idee e si atrofizzano i progetti.

Sono rientrata a casa mortificata, ho chiamato un collega che ha definito l'aumento 'una vera batosta'.

Ho aperto una bottiglia di vino buono, trovato un numero magnifico del 'Magazine Littéraire' sul cibo e sulle parole che servono a dirlo e che vengono alla bocca.

Chiusa a doppia mandata, sistemata davanti al mio computer come un hikikomori, uno di quei reclusi che rifiutano di uscire e consumano pizze di cui conservano ossessivamente le scatole di asporto, sogno un mondo di treni fatti apposta per i pendolari, in particolare per i professori di Accademia, che un destino bizzarro obbliga a stare da un'altra parte rispetto a dove abitano con un uomo, una donna, il cane o i pesci rossi, quelli che potrebbero, in un'ottica di altro colore, seminare a tutti i venti approfittando della situazione contingente, divulgare il Verbo oppure solo la tendenza, viaggiare per piacere intellettuale e diletto, coinvolgendo i discepoli in un'operazione di abbattimento delle frontiere, pagando solamente un simbolico biglietto, una parte infinitesimale del salario e non una percentuale da manicomio, meglio se decisamente ospitati a bordo di carrozze calde, pulite e accoglienti, letterariamente adatte ad accogliere talenti, memori di tutto quello che da sempre accade sui treni, dall'arrivo di Anna Karenina alla sua definitiva partenza (si suicida, ricordiamolo, buttandocisi sotto), a Ruskin, ai Futuristi (rileggete, a questo proposito, quel gioiello di ricerca che è Treni di carta di Remo Ceserani), insomma gente che ama la velocità ma che di quella sedicente 'alta' non sa che farsene, soprattutto se falsa, demagogica, cronicamente in ritardo, con i prezzi fuori dalle orbite e con le ritirate sporche.

Alta velocità (sedicente tale)

Martin Parr, Small World, 1996

Abito di Anna Karenina