95 Train de vie

Giovedì 4 dicembre. Stoica, metto la sveglia alle 5:15 (metto 'le' sveglie: quella normale e il cellulare) per essere in Accademia a Napoli per la lezione delle 11:00.
(Rubens si svegliava alle 4:00, ma si trattava di andare, fra le altre cose, a incontrare Velázquez. Voi capite, lo stato d'animo era un altro).

Fuori discussione la possibilità di tirare via sui rituali del mattino, sono una persona civilizzata e tengo alla colazione con il mio tè preferito (Earl Grey French Blue Mariage Frères), la frutta, anche spremuta, la cura dei bonsai e di Manga, la toletta ('Un chapitre sur La Toilette. Moralité de la Toilette. Les bonheurs de la Toilette', Charles Baudelaire, Mon coeur mis à nu, 49), il letto (ho calcolato che mi servono 15 minuti buoni per rifarlo come dio comanda).

La metropolitana alle 7:40 del mattino è in grado da sola di darmi uno spleen articolato e durevole: le facce da deportati, le teste ciondolanti, lo sbracamento dei maschi di ogni età allargati sui sedili come se fossero davanti alla televisione nel loro salotto, zaini e borse pestati buttati a terra, le cuffiette MP3 fisse negli orecchi, i miniquotidiani che tappezzano sedili e vetture, lo spazio ridotto, tutti schiacciati da tutti, tutti urtati, messi da parte a spintoni quando è ora di scendere. Le scale mobili di Termini (in numero di 4, 1 o 2 spesso fuori servizio) trasportano con lentezza magrebina una massa umana di dimensioni che danno da pensare su un supposto tasse di natalità di segno negativo, graffiti osceni le decorano, altri fogli di giornale si ammucchiano.
Alla mia edicola la signora rossa di capelli mi dice che si è svegliata alle 4:30 ma che lei si prepara in 15 minuti e così si è liberata il pomeriggio. Mi rifiuto di comprare il quotidiano, dell'Italia mi avanza la visione che ho intorno, è uscito il mio settimanale francese e lo metto in cartella, attrezzata meglio della bisaccia del legionario, salviette umidificate, anche quelle intime della puntata 95, carta cucina, alcool per la cattedra, occorrente per la lezione, calzettoni per il freddo, una sciarpa d'emergenza, stampata di 50 pagine del blog di Géraldine Dormoy http://blogs.lexpress.fr/cafe-mode/ con 'Récemment dans la catégorie Les films bien sapés', rivista di cinema, taccuino per appunti, astuccio, il delizioso le Dossier How to Survive the English di Sarah Long, consigliato ancora da Géraldine Dormoy (un essai sur les travers des anglais dont la lecture me fait actuellement pouffer de rire toute seule dans le métro. De leur obsession pour la seconde guerre mondiale à leur goût inexplicable pour la campagne pluvieuse en passant par leur attachement aux uniformes à l'école, tout y passe... et j'en redemande), ormai entrata nel mio pantheon, carta igienica, fazzoletti. 

Vado a stampare al self-service l'abbonamento che ho fatto in internet e di cui ho il codice, la macchinetta è fuori servizio, salgo al volo sul treno perché, se mi metto a cercarne una in funzione, lo perdo.

Appena a bordo mi rimprovero di aver dimenticato a casa il Cif e il Lysoformio. Forse anche il Baygon mi avrebbe fatto comodo. I vetri dei finestrini sono oscurati da uno strato secolare di schizzi, negli scompartimenti sedili, un tempo ricoperti di una sobria tappezzeria blu a disegnetti, hanno assunto un colore incerto, screziato in più punti dall'usura e dal sudiciume, i teletti poggiatesta, bianchi in origine e decorati dal logo delle ferrovie italiane, tenuti con un velcro che ha resistito a tutte le sollecitazioni, presentano tracce di neri e grigi che nemmeno Burri sarebbe in grado di riprodurre, dalla grata del riscaldamento pendono ciuffi di polvere unta e arrivano rumori di ingranaggi insieme a sbuffate di aria fredda, la luce al neon è quella dell'Institut Médico-Légal di Maigret nel quale le docteur Paul, in camice bianco e guanti di gomma, fumando una sigaretta dopo l'altra (è convinto delle doti antisettiche del fumo e nel corso di un'autopsia si fa fuori due pacchetti di bleues), taglia a pezzi cadaveri, se già non gli sono arrivati en morceaux per proprio conto.     

Il treno è deserto, un trasporto metafisico che arranca e comincia ad accumulare i 20 minuti di ritardo con i quali arriverò a destinazione, lo percorro cercando il posto meno peggio, a un certo momento mi fermo, disfatta di fronte all'impossibilità dell'impresa: dappertutto ciondolano tocchi di materiale, la sporcizia alligna, sbattono porte di passaggio male in arnese, tralascio la descrizione delle ritirate, i servizi letteralmente a pezzi, i contenitori del sapone senza coperchio, i finestrini che non chiudono e che gelano l'ambiente, l'acqua razionata che scende goccia a goccia, la carta igienica umida in modo sospetto, i liquami sparsi sul pavimento.

Cerco di fare astrazione e mi concentro sulle 50 donne meglio vestite al mondo, ha conquistato il primo posto Gwyneth Paltrow che sorride in copertina con un abitino da sera che mi fa pensare che abbia dimenticato a casa un pezzo, è praticamente in mutande e indossa stiletto, secondo me le proporzioni non funzionano e non è elegante, se in giuria ci fossi stata io mi sarei battuta per metterla più in basso, fra l'altro non mi piace per niente, la trovo sciapa e non mi sembra nemmeno irresistibile come attrice.
Volete sapere chi c'è, di questa categoria, nel mio pantheon? Lascio perdere le grandissime di generazioni consolidate dal tempo, Jeanne Moreau e Catherine Deneuve, il fuoco e il gelo messi al servizio di talenti che non hanno confronto, se avete ancora un dubbio ascoltate le loro voci nelle versioni originali dei film: Moreau che in Jules et Jim canta Le Tourbillon con grazia e malizia, Deneuve che emette qualcosa di molto simile a una stoffa di velluto scuro cangiante sulla quale il fiato crea improvvisi e preziosi toni che la increspano.
Vi cito le più giovani, Isild Le Besco, Amira Casar (anche lei in classifica palmarès 2008, categoria 'Excentriques'), Emmanuelle Devos, anche la nostra Asia Argento, un corpo messo al servizio dell'interpretazione fino all'ultimo sorso, certe volte nel suo truce esistere è indispensabile, e poi Chiara Mastroianni, che mi è stata più che antipatica per anni ma che ho imparato ad apprezzare e che è di una bravura impressionante.

Exit Gwyneth, che vada a farsi un giro altrove sulle sue belle gambe.

Ho una piccola discussione con il controllore per via dell'abbonamento non stampato, gli faccio notare che l'ho pagato e che io sono io, lui insiste che potrei non essere l'intestatario, i discorsi prendono una piega surreale con scambio di biglietti e di identità, gli giuro che appena rimetto piede a terra rimedio, che la macchinetta era fuori servizio, che gli sarò grata per l'eternità se la pianta. Passo all'attacco, lo chiudo nella sua area di difesa protestando per lo stato del treno, a quel punto si ritira nella sua metà campo e mi lascia perdere.

Latina, Formia, Aversa, misuro nei nomi la distanza, non tanto delle località ma dei servizi sulla mia rivista: 13 buone ragioni (diciamocelo, una meglio dell'altra) per andare a Berlino; come si fa il 'flan'; il Christmas chic di India Mahdavi, architetto e designer; la déco degli ultimi ristoranti inaugurati a Parigi, tutti inevitabilmente di ambiente (in francese 'ambiance' è femminile) 'branchée, arty e conviviale'; i film, i libri, Kate Moss onnipresente, l'édition limitée dei 120 mitici pastelli Caran d'Ache rivisitata da Alber Elbaz e in vendita a 524 € (una mia compagna di scuola alle elementari aveva qualcosa di simile e riusciva, così, a dare agli umani il colore rosaceo che meritano, laddove le mie carnagioni, ripassate di rosso e giallo, tendevano a un preoccupante arancio più degno dei Cherokee che dei ritratti europei che mi sforzavo di produrre).

Napoli, altra metropolitana, anche qui il segno vincitore è lo sporco. In Accademia mi piego a tutti i rituali delle firme e della consegna delle chiavi dell'aula. Faccio una lezione appena corretta, devo avere l'aria poco rassicurante perché gli studenti stanno immobili sulle sedie, hanno ingoiato la gomma americana prima che dicessi loro di andare a gettarla e i maschi si sono tolti da soli i cappelletti con la visiera che indossano sempre, quelli che danno loro, insieme alle sopracciglia depilate, una incontenibile aria da ebeti.
Fuori dall'aula ho fatto appendere un cartello con la scritta: 'La lezione è in corso. Si prega di non disturbare. Grazie' e la mia firma, una cosa che volevo fare da tempo e che, mi rendo conto, funziona perfettamente, capace com'è di bloccare il flusso migratorio.
Osa affacciarsi solo Antonio (che si definirà 'il Temerario'), lo rimando indietro semplicemente con il gesto di Cristo che chiama Matteo, solo che qui Matteo torna sui suoi passi e infila la porta. Alla fine della lezione i guaglioni mi faranno vedere i risultati dell'estromissione dovuta a ritardo: un brogliaccio di sceneggiatura per il manga che devono realizzare per l'esame, si vede Il Professore (io) che tiene il flacone di alcool (quello per pulire la cattedra) come Miss Liberty impugna la fiaccola, gli occhi dardeggianti fiamme dell'inferno, il fumetto con pipetta (non sempre i manga ce l'hanno) che recita la medesima frase del cartello, loro fattisi piccoli con tutti i dettagli, le loro eterne cartelle con i lavori, i cappelletti. Finiamo la mattina nella solita atmosfera di scambio, mi mostrano foto, ragioniamo su un bozzetto di catalogo, sono irresistibili quanto a simpatia, se fossero anche più coltivati sarebbe meglio, di fronte a studenti antipatici, comunque, non sarei in grado di aprire bocca.

Mangio una pizza memorabile in piedi a via dei Tribunali. Compro la cena (polpette e friarielli) dai Buongustai poco più avanti. La città è addobbata per il Natale, a S. Gregorio Armeno banchi di pastori con deliziose caciotte e figurine, che portano cassette di chicchi di riso dipinti in argento a simulare alici, mi circondano.

Sul treno di ritorno crollo in un coma profondo.
Mi scuotono 3 volte 3 persone diverse, 2 controllori cui tendo l'abbonamento che ho finalmente stampato, un viaggiatore che entra nello scompartimento, inciampa sulle mie scarpe, mi travolge e poi mi chiede se disturba, a fine giornata ho messo insieme, sommando anche i cronici ritardi, 5 ore di treno, mi infuria la riduzione a strumento di tortura di quello che era un luogo letterario, cado continuamente in siti con foto storiche di locomotive sbuffanti, nostalgiche rievocazioni di materiali stravolti oggi nell'estetica e nella manutenzione, penso ai treni nell'arte, quelli dall'atmosfera triste per ben altre ragioni di Edward Hopper, quelli futuristi di Ivo Pannaggi, perfino la locomotiva a vapore Baldwin del 1943 riprodotta life size da Jeff Koons e appesa a una gru fuori dal Los Angeles County Museum, una scultura che più moderna non si può, le ruote che girano, il fischio che si fa sentire a distanza, così come l'altezza (161 piedi) che la rende simile a una torre di avvistamento, una cosa che, se realizzata, sarà la prova di come il treno possa provocare deliri di ingegneria e di immaginazione e non solamente moti di rigetto.

Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa (There's No Place Like Home) mi rifiuto a qualunque contatto umano, fosse pure quello minimale dell'ascolto dei messaggi, saluto Manga, come scrive Sarah Long a proposito degli Inglesi alle prese con i loro adorati pets, 'at peace with the world and mercifully freed from the need to make conversation', apro una bottiglia di vino, accendo la radio, mi sono liberata di tutti gli abiti da treno e li ho esposti all'aria (forse avrei dovuto disinfestarli), ceno più che sibariticamente a lume di candela.

Chiudo la giornata con una toilette meticolosa, facendomi scorrere addosso litri di acqua bollente, di shampoo e di schiuma da bagno. Piombo in un sonno che il responsabile di Trenitalia, convinto evidentemente della necessità di espiare qui e subito, finché siamo sulla terra, tutti i peccati, anche quelli ancora da commettere, chiamerebbe del giusto.
Ho puntato la sveglia ('le' sveglie: quella normale e il cellulare) alle 7:00: domani ho lezione alle 13:30, un orario indubbiamente più civilizzato, degno di un'intellettuale che va a insegnare l'arte a guaglioni, anch'essi in trasferta, che giocano, pure loro, fuori casa e stanno perennemente in viaggio, esposti a tutti gli insulti della sorte e della vita, allo sporco dei treni, ai loro ritardi, protetti, almeno loro, da san Gennaro e dalla visiera di un cappelletto.        

 

Edward Hopper, Compartment C Car 293, 1938

Jeff Koons, Train, forse realizzato nel 2010

Gwyneth Paltrow sul red carpet